Umberto Simonetta.
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IL TURPE SQUISITO.
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Storie comiche.
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1988. Camunia editrice, Milano.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
             http:\\www.galiano.it
      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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INDICE.
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Incertezze sui generi.
Il grattacielo Pirelli.
La proposta articolata.
Nulla, niente.
Un milanese benemerito.
Il turpe squisito.
Una prepotenza e una vergogna.
Nuovo episodio con il dottor Gamucci sor Mantica, il dottor Salluzzo e altri.
L'indisciplina del ragionier Tanzella.
Una gita al "Down down.
Io e il Masini.
Un rivale per il dottor Gamucci.
Congedo dai figli.
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Fine Indice.
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Dedico queste storie
a mia madre
che  stata una donna
di grande spirito
e a Luca
che nella sua carriera
di attore dalla vocazione comica
ha imparato
quale difficile impresa sia
riuscire a strappare
un sorriso al prossimo.
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INCERTEZZE SUI GENERI.
1.

Era un vecchio vizio quello di cancellare il proprio nome. Aveva incominciato a cancellarlo vent'anni fa, con un vigoroso tratto di penna, dai biglietti da visita che gli avevano regalato per la laurea. Poi dalla corrispondenza che gli arrivava, dalla targa del portone, dall'elenco del telefono. Si rammaricava di non poterlo far sparire anche dai documenti.
Mario Bianchi: che rabbia gli faceva quel nome. Mario Bianchi! Con gli altri non ne parlava, trovava che era banale anche lamentarsi di avere un nome e cognome banali. Se qualcuno per tentava di scherzarci un po' sopra, dicendogli magari: "Non  che tu abbia un nome difficilissimo" rispondeva che c'era il grosso vantaggio che era facile da ricordare. Non era una battuta eccezionale, ma funzionava.
Adesso sta cancellando Mario Bianchi pigramente da un foglio di carta intestata. La segretaria si affaccia alla porta dello studio gi pronta per uscire:
"Se lei non ha pi bisogno di me, ingegnere..."
"No grazie, Francesca, vada pure. Ci vediamo domani mattina". Poi, dopo un attimo: "Ma che ora ?"
"Mancano cinque alle sette".
Guarda l'orologio.
"Maledetto,  indietro di quasi un'ora!"
"Deve buttarlo, ormai" ride la segretaria, uscendo.
Ricalca con la penna pi volte il nome gi cancellato, appallottola il foglio, si alza, va verso la finestra.
Gli piace moltissimo guardare la citt dall'alto del ventesimo piano. Lo fa regolarmente alla mattina quando arriva e la sera prima d'andarsene.
Sente suonare alla porta, si stupisce, perch  abbastanza insolito, a quest'ora. Va ad aprire. Si trova di fronte... ma chi ?  un individuo che gli sembra di conoscere. Lo osserva meglio: i suoi stessi occhi, il suo stesso naso, un po' pi rosso, la sua stessa faccia, un po' stravolta per e con la barba pi disordinata, pi bianca.  vestito da miserabile, fin troppo da miserabile: come vestono i pezzenti nelle commedie in teatro o nei film.
Non ha neppure il tempo di pensare che si tratta forse di una normalissima allucinazione:
"L'ingegner Mario Bianchi?" chiede l'individuo.
"S... ma lei..." annaspa, impaurito.
L'individuo gli tende la mano, una mano tremante:
"Permette? Sono l'ingegner Mario Bianchi. Posso entrare?"
E adesso come va avanti questa storia? Ma, soprattutto, come finisce?
Cosa fa l'ingegner Bianchi numero uno? Fa entrare l'ingegner Bianchi numero due? Lo lascia fuori? Si appoggia allo stipite della porta preso da un breve malore? O il malore, anzich breve,  lungo, anzi definitivo e lui si accascia sul tappetino d'ingresso e muore? E come muore, senza dir niente o riesce a pronunciare qualche parola? E che parole, chiare o incomprensibili? O invece si mette a urlare terrorizzato e chiama aiuto? (ma chi chiama alle sette di sera, al ventesimo piano, in un grattacielo tutto uffici?)
E il secondo Bianchi cosa fa, intanto? Come si comporta? Tenta invano di soccorrere il primo, gli slaccia il colletto della camicia, gli allenta il nodo della cravatta, prova con la respirazione bocca a bocca o con due schiaffoni sulle guance? O, invece, se ne sta l apatico, indifferente, come se niente fosse, anzi addirittura ( capace di tutto) gli affiora un sorriso ironico sulle labbra? O approfitta della situazione per denudare il primo e portargli via scarpe, vestiti, portafoglio, orologio, catenina d'oro, tutto?
E se il primo fa entrare il secondo nello studio, sia pure con un attimo di titubanza o d'incredulit, cosa si dicono poi i due? E questa storia che cos', un racconto, una commedia, un radiodramma, uno sceneggiato televisivo, uno spot pubblicitario, un film? Che cos' esattamente?
Incominciare qualcosa  facile, qualcosa di qualsiasi genere, sono i finali che sono difficili. Gente pratica come Mark Twain e Maupassant, Cechov e Pirandello e tanti altri specialisti hanno avuto grossi problemi con i finali, si sono anche esposti a critiche impietose. Quando qualcuno ti domanda: "E il finale? Com' il finale, l'hai gi trovato il finale?" non puoi rispondergli: "No problem". Problem, problema. Big problem. Un inizio lo trovano tutti, ci vuol niente a incominciare: "Saltato su un treno merci che partiva da Los Angeles in pieno mezzogiorno d'una giornata di fine settembre del 1955 presi posto su un carro aperto e mi sdraiai col mio sacco a spalla sotto la testa a gambe accavallate e contemplai le nuvole mentre correvamo a nord verso Santa Barbara". Buon inizio, buono, la gente ci sta: questo tizio che va in treno merci verso Santa Barbara col sacco a spalla e le gambe accavallate suscita subito interesse e simpatia. Poi, per, bisogna vedere che cosa succede dopo, una volta arrivato a Santa Barbara, non puoi mica star sempre l a contemplare le nuvole. Certo che in treno da Los Angeles a Santa Barbara ne possono succedere tante, di tutti i colori, ne succedono anche su tragitti pi brevi.
Dunque, torniamo a "Permette? Sono l'ingegner Mario Bianchi. Posso entrare?"
Cosa succede dopo? Vediamo un po'.


2.

Rientrando in quinta, l'ingegner Bianchi numero due, cio l'attore Riccardo Pirani, ha uno sfogo violentissimo. Allora si tratta di un lavoro teatrale (solo non sappiamo ancora se dramma o commedia o farsa)! "Stronzo!" sbotta Pirani, attraversa le quinte e s'infila furibondo nel camerino di Miluzzi, il vecchio amministratore della compagnia.
"Che c', cos' successo stavolta?" gli chiede Miluzzi che sta facendo i conti e non ha nessunissima voglia di sopportare le sue consuete scenate.
"Niente, Nando, non c' niente. C' solo che da domani vi trovate un sostituto, perch io con quello stronzo non ci recito pi".
"Cos'ha fatto ancora?"
"Quello che ha gi fatto un sacco di altre volte. Mi ha chiuso la porta in faccia sulla mia battuta "posso entrare"".
"Cosa ti devo dire, cosa devo fare, gliel'ho raccomandato anche stasera: lascia finire le battute a Riccardo, non puoi sempre tagliargli la parte. Cosa devo fare, devo picchiarlo?"
"Non so, Nando, fai quello che vuoi, sono affari vostri. Io con stasera ho finito. Mi dispiace, ma io ho un contratto preciso, ho un contratto da attore, non sono venuto qui a fare la comparsa. Gi quest'anno con questa tourne  un anno buttato via, di rimetterci anche la salute per il signor Cestari francamente non me la sento. Io sono un professionista, me ne torno a Roma e buonanotte. Avr perso una stagione, pazienza. Far del doppiaggio, far della televisione se mi chiameranno, pu anche darsi che ci scappi qualche posa in un film, se no star a casa, che ti devo dire. Qualsiasi cosa pur di non ricevere la porta in faccia mentre sto finendo la battuta".
Miluzzi sospira scocciato. Dal palcoscenico arriva la voce di Flavio Cestari, l'ingegner Mario Bianchi numero uno: sta monologando.
Riccardo Pirani ha una finta risatina:
"Sentilo, sentilo... Tutte le sere aggiunge, allunga. Ma chi si crede d'essere? No, basta, basta, per carit. Mi spiace per te, Nando, che sei un amico, ma non ce la faccio pi".
"Va beh, ma ormai... mancano due mesi..." tenta Miluzzi, che vorrebbe evitare noie, risparmiarsi fatiche. "Hai fatto trenta..."
"No, no, non se ne parla neanche. Se rimanessi anche solo un giorno di pi mi disprezzerei. Pagami gli arretrati e cerca di capirmi".
"Ma quali arretrati, che qua non facciamo una lira!" reagisce Miluzzi ritrovando un briciolo di vitalit. "Sai quante persone ci sono gi stasera? Esattamente venticinque, di cui dodici con biglietto omaggio. Trecentosettantacinquemila lire d'incasso! Che ti pago? Quali arretrati?"
"Benissimo, di bene in meglio. Niente soldi, e in compenso umiliazioni artistiche. Ma perch ho resistito cos tanto? Ciao, Nando, me ne vado subito, non voglio nemmeno vederlo".
"Ma non puoi, devi fare i ringraziamenti!"
"Per venticinque spettatori di cui dodici gratis? E chi se ne frega. Abbi pazienza, se resto qua  peggio. Addio, Nando. Ti posso abbracciare?"
"Ma lascia perdere, chi vuoi abbracciare... Hai proprio deciso? Non vuoi dormirci sopra?"
Miluzzi sta solo pensando alla difficolt di trovare un sostituto, cos, da un giorno all'altro. Oltretutto chiss che cifra ti chiedono, magari anche un anticipo.
Pirani sembra irremovibile:
"Sono sicuro che andr meglio la prossima volta, Nando. Con te lavoro sempre volentieri. Mi chiami un taxi?"


3

Appena terminati i freddi applausi finali, calato il sipario, Flavio Cestari si precipita nel camerino di Miluzzi.
"Dov' quello stronzo?" urla inferocito.
"Se n' andato" risponde Miluzzi senza scomporsi.
"E come si permette di andarsene senza neanche fare i ringraziamenti?" s'agita Cestari.
"Come non lo so, ma permesso se l' permesso" replica Miluzzi.
"Se n' andato?" chiede Cestari, l'indignazione cede allo stupore, "e dove se n' andato?"
"A Roma, a casa" chiarisce Miluzzi che in qualit di amministratore della compagnia dovrebbe apparire molto pi contrariato per l'incidente, ma non ce la fa a nascondere un certo diletto per l'irritato sbigottimento del suo prim'attore. E infatti:
"A Roma?" ruggisce Cestari. "Ha lasciato la compagnia? E si pu sapere almeno il perch?"
Miluzzi  felice di spiegarglielo:
"S, s, si pu sapere. Perch tu, per l'ennesima volta, gli hai sbattuto la porta in faccia senza lasciargli finire la battuta".
Adesso Miluzzi s'infervora: "Che, poi, quello aveva cinque battute. Doveva entrare e dire cinque battute. E lasciagliele dire! Che cosa ci rimetti a lasciargli dire cinque battute? Stessi recitando Re Lear: ma state recitando una puttanata!"
(Sappiamo ora che non si tratta di un dramma, ma verosimilmente di una commedia, di una commediola forse, se  lecito prestare fede alle parole del Miluzzi).
Flavio Cestari raccoglie la sfida:
"No, Nando, queste cose tu a me non le dici..." incomincia, solenne.
Ma l'amministratore lo interrompe, sbuffando:
"E a chi le devo dire? Sei tu che sbatti le porte in faccia..."
"Io gli ho sbattuto la porta in faccia, perch  un cane. Ma tu l'hai visto come esce truccato? Cosa c' scritto sul copione? "Mario Bianchi numero due presenta una sbalorditiva somiglianza con Mario Bianchi numero uno. Ma  vestito, sia pur dignitosamente, da mendicante". Sia pur dignitosamente, capito? Invece si presenta che  tutto uno straccio. Ogni sera ha qualche strappo in pi. E la barba? Hai visto che barba si mette? Sembra Babbo Natale, 'sto stronzo. Non m'assomiglia neanche pi. E la parrucca, hai visto come ha ridotto la parrucca? Sarebbero i miei capelli quelli? E il naso rosso da ubriaco e il tremito delle mani... Da un po' di sere s' messo anche a zoppicare... Per dire "permette, sono l'ingegner Mario Bianchi, posso entrare" ci impiega un quarto d'ora! E io, cosa faccio, lo faccio entrare? Ma neanche per idea, io gli sbatto la porta in faccia. Che tanto al pubblico non gliene frega niente delle cinque battute che dovrebbe dire. Dopo che l'ho cacciato le riassumo io... Oltretutto, quando gli sbatto la porta sul naso, viene la risata".
Miluzzi  stato ad ascoltarlo con professionale rassegnazione, ogni tanto buttando lo sguardo sul border.
"E adesso che si fa, con chi lo sostituiamo?" chiede.
Cestari alza le spalle come solo sanno fare gli attori: "Non ti preoccupare. Per la parte che , la facciamo fare a Toni. Lo preparo io domani".
"Andiamo, Flavio... Toni deve stare al registratore!"
"Per quei quattro effetti musicali che abbiamo! Il registratore lo puoi far andare benissimo tu, i momenti giusti li sai".
"Ma no, Flavio, io no, io devo fare i conti..."
"E, allora, pazienza, faremo a meno degli effetti musicali. Anzi, mettetemi il registratore in scena, sulla scrivania, lo aziono io, a vista. Spero che gli farai pagare la penale a quello stronzo!"
"Ma quale penale, che gli dobbiamo due mesi di paga!"
"Quanto abbiamo fatto stasera?"
"Non abbiamo fatto. Trecentosettantacinquemila. Neanche un quarto delle spese".
Flavio Cestari  prontissimo ad allontanare eventuali responsabilit:
"Col tempo che c', con la partita in televisione... Eppoi fai troppo poca pubblicit. Hai visto oggi sui giornali gli stelloncini di Lionello? E domenica sul "Giorno" c'era mezza pagina per la Mandragola. Non ti preoccupare, Toni se la caver benissimo. Lo sai che io non piango mai se un attore pianta la compagnia".
Verissimo: l'anno scorso, a Bari, due ore prima del debutto, se n'era andata la prima attrice e Cestari l'aveva sostituita con un amico effeminato. Lo spettacolo aveva funzionato senza che il pubblico s'accorgesse di niente. Poi a Cesena, dopo un litigio, l'amico non s'era pi fatto vedere ed era toccato alla sarta. Quella volta il pubblico aveva reagito malamente, la sarta era stata pessima. Tre stagioni prima, a Vicenza, in un lavoro a due se n'era scappato il coprotagonista e Cestari svelto l'aveva sostituito con un macchinista, riducendo il dialogo a un monologo.
Chiama Toni.
"Te la senti di diventare un bravo attore?" gli domanda, ruffiano.
Il ragazzo si mette a ridere:
"Beh, posso sempre provarci" risponde, ruffianissimo anche lui.


4.

Pass la mattinata e il pomeriggio in palcoscenico a insegnare a Toni cosa doveva dire e fare. La sera, mezz'ora prima dell'inizio, fece un rapido ripasso. Stupidino e cinico com'era, Flavio Cestari quando si dedicava all'insegnamento si trasformava e specialmente se provava un interesse di un qualsiasi tipo per l'allievo ci profondeva passione e ammirevole pazienza: rischiava cos di diventare quasi un essere umano.
Aiut il giovane a truccarsi e a indossare un dignitoso costume da mendicante. Lo avvert anche che dopo la battuta "posso entrare?" gli avrebbe chiuso la porta in faccia.
"Ma non sarebbe meglio se dicessi anche le cinque battute che sono scritte nel testo?" chiese ingenuamente Toni.
"No, caro, non sarebbe assolutamente meglio" rispose.
Toni invece le disse. La sera stessa.
Cestari and ad aprire.
"L'ingegner Mario Bianchi?" scand Toni senza un minimo d'emozione.
"S... ma lei..." fece Cestari. E il ragazzo:
"Permette? Sono l'ingegner Mario Bianchi. Posso entrare?"
Cestari tent di sbattergli la porta in faccia, ma Toni, rapidissimo, glielo imped mettendoci un piede.
Entr zoppicando vistosamente.
"Non abbia alcun timore di me" recit come da copione, "sono il suo alter ego, ingegnere. Il suo doppio. Fumo i suoi stessi sigari, anzi se me ne offrir uno le sar grato. Bevo il suo stesso whisky: naturalmente doppio".
Il pubblico rise.
"Vattene stronzo" gli intim sottovoce Cestari, dimenticandosi la battuta di risposta, che avrebbe dovuto essere: "Nessun sigaro e nessun whisky, detesto gi abbastanza me stesso, si figuri se posso tollerare il mio doppione".
Toni attese un attimo che Cestari gliela dicesse, poi and avanti con la seconda delle cinque battute che aveva imparato a memoria:
"Quelli che dichiarano di odiare se stessi in realt si amano morbosamente. Ma si tranquillizzi, ingegnere. Io non le chiedo di amarmi. Almeno non subito. Posso prima farmi una doccia?"
Il pubblico non cap che senso aveva quella frase.
Cestari fissava Toni silenzioso e furente. Toni non os recitare la sua terza battuta, non sapeva pi cosa dire n cosa fare. Si mise improvvisamente a ballare un rock, senza musica d'accompagnamento naturalmente. Poi fece un paio di piroette. Il pubblico applaud, sconcertato ma divertito.
"Bene ingegnere, io tolgo il disturbo" invent Toni dopo l'applauso e fugg in quinta, seguito da un nuovo applauso.
Usc subito a ringraziare sorridendo. Fece un'altra piroetta, poi s'avvicin a Cestari, gli diede un buffetto sulla guancia:
"In gamba, vecchio mio" disse a voce altissima e rientr definitivamente in quinta, applauditissimo.
In qualche modo Cestari riusc a terminare lo spettacolo e ai ringraziamenti finali si trov di nuovo a fianco Toni.
"Spero che tu muoia" gli mormor mentre s'inchinava a ringraziare.
"Io spero che muoia prima tu" replic il ragazzo e, inesperto, non lo disse cos piano da non farsi sentire da quelli delle prime file.
Quando il sipario si chiuse definitivamente, Cestari vol nel camerino di Miluzzi:
"Me ne vado io stavolta, Nando" ringhi, "lascio la compagnia".
"Non puoi farlo, Flavio, sei tu la compagnia" gli ricord l'amministratore.
"Sostituitemi" insistette.: "S, e con chi?"
"Con Toni".


5.

Questa storia potrebbe essere il racconto di una commedia che precipita nel dramma. Potrebbe. Ma torniamo ancora a "Permette? Sono l'ingegner Mario Bianchi. Posso entrare?"
"Certo, prego, si accomodi" risponde l'ingegner Bianchi all'inconsueto visitatore.


6.

Divisi dalla scrivania i due adesso sono uno di fronte all'altro. Per qualche istante si osservano. Sembrerebbe con divertita compiacenza.
"La vita  davvero strana" commenta l'ingegner Bianchi numero uno, "siamo due gocce d'acqua".
"Due gocce d'acqua" ripete il numero due, "ma lei vive in una casa lussuosa, possiede una bella moglie, una macchina potente, tre figli con l'avvenire assicurato. Io dormo sotto ai ponti, vado a piedi e sono solo al mondo. Lei  un Mario Bianchi riuscito".
Il primo Bianchi ha un'espressione pensierosa:
"Ha ragione, Mario, anche se siamo identici noi due abbiamo solo una cosa in comune: il nome".
"No, Mario, questo no. Noi abbiamo due cose in comune: il nome e l'alito fresco" ribatte Mario due sorridendo.
Anche Mario uno sorride approvando:
" vero, il nome e l'alito fresco. Perch tutti e due abbiamo fiducia nelle caramelle Aermol, le caramelle alla menta naturale".
Estraggono entrambi due pacchetti di mentine Aermol e se le offrono l'un l'altro.
"Okay, ferma pure, accendete la luce per favore" dice l'art-director Pagani. E rivolto al cliente: "Come le sembra?"
Il dottor Molfetta scuote la testa deciso:
"No, non mi piace. Avevo gi dei dubbi quando mi avete letto la sceneggiatura e se lei si ricorda glieli avevo anche espressi. Adesso, sinceramente, dubbi non ne ho pi: non funziona".
Pagani e i suoi giovani collaboratori si guardano perplessi..
"Cos' che non funziona, secondo lei?" chiede l'art-director a Molfetta.
"Il messaggio pubblicitario" chiarisce l'altro, il tono e la faccia di chi  sicuro di essere nel giusto. " completamente sbagliato il messaggio pubblicitario: non voglio che le mie mentine finiscano in bocca a uno straccione. La gente non ama gli straccioni. O, per lo meno, non desidera succhiare le stesse caramelle che pu succhiare un qualunque pezzente".
Pagani gli replica con insultante dolcezza:
"A me invece sembra che funzioni perfettamente e se ha pazienza le spiego il perch, dottore. Anzitutto non ci sono due personaggi, un Mario Bianchi positivo e un Mario Bianchi negativo, tant' vero che i due sono interpretati dallo stesso attore e il pubblico di questo  informato in partenza. C' un solo Mario Bianchi: nel momento rosa e nel momento grigio. Tutti nella vita abbiamo il momento rosa e il momento grigio. Esultanza e depressione si alternano continuamente nella nostra personalit e noi possiamo passare dal paradiso all'inferno e viceversa, in un rapido istante: ma  un viaggio che affrontiamo tenendoci sempre in tasca il nostro pacchetto di caramelle Aermol. L'ingegner Mario Bianchi uno e l'ingegner Mario Bianchi due non sono Jekyll e Hyde".
Gli spaccherei tutti i denti, pensa il dottor Molfetta, guardando il sorriso presuntuoso di Pagani. Ribatte con fermezza:
"A me, invece, sembrano proprio Jekyll e Hyde. Che tra l'altro io non mi ricordo mai chi  il buono e chi il cattivo. No, il messaggio pubblicitario dev'essere pi chiaro, pi immediato. Quello del bambino che rubava le caramelle al nonno era perfetto. Perch non rifacciamo quello l?"
Benevolenza infinita nella risposta di Pagani:
"Perch il nonno  morto e la gente s'era abituata a quel viso. Se prendiamo un altro nonno il pubblico vede un viso diverso da quello al quale s'era affezionato, si ricorda che il vecchio nonno  morto, perch  stato pubblicato su tutti i giornali e associa subito le caramelle Aermol a una situazione funebre".
"S, va bene, sar anche. Per con il vostro short la gente le mie mentine le associa ai barboni" replica Molfetta e con un guizzo interpretativo: "Ah, le mentine di quel barbone l che dorme sotto ai ponti... No, no, non le voglio quelle l..."
Pagani e i suoi collaboratori fanno una veloce risatina di convenienza.
"Ci rifletta un paio di giorni, dottore" propone l'art-director. "Ha notato, fra l'altro, com' bravo quell'attore?"
"Beh, quello possiamo sempre adoperarlo per un altro short. Com' che si chiama?"
"Riccardo Pirani. Viene dal teatro".


7.

Se non altro adesso sappiamo che, lasciando la compagnia di Flavio Cestari, il Pirani non  rimasto a spasso. A meno che non abbia lavorato in pubblicit prima d'iniziare la faticosa tourne che conosciamo. Purtroppo questo particolare non ci verr mai chiarito. Come non sapremo mai se Pagani e il suo staff abbiano avuto l'incarico di studiare un altro carosello o se invece l'art-director sia riuscito alla fine a convincere Molfetta. Questa seconda ipotesi, considerato il carattere del dottore, sembra piuttosto improbabile. Ecco, questa story  forse un racconto di disavventure pubblicitarie. Ma torniamo ancora a "Permette? Sono l'ingegner Mario Bianchi. Posso entrare?"
"Certo che pu entrare, signora Simpson, e spero che vorr spiegarmi la ragione di questo suo insolito abbigliamento" risponde Bianchi.
"Le spiegher tutto, ingegnere. Ma, la prego, mi faccia prima sedere, sono stanca morta. Tutti questi piani a piedi. Lo sapeva che gli ascensori sono guasti?"
"Come, tutti e quattro?" si stup l'ingegnere.
"S, Mario, tutti e quattro" conferm lamentosamente la signora Simpson, sprofondando nel divano di pelle e togliendosi la parrucca.
"Mi dispiace... Posso offrirle qualcosa da bere?"
"No, mio caro, lei  davvero molto gentile, ma..." recit la signora Simpson e s'interruppe per modificare il suo pensiero: "...ma s, forse un brandy lo prenderei volentieri..."
L'ingegnere sorrise, muovendosi verso lo scaffale-bar:
"Credo di avere ancora una bottiglia di bas-arma-gnac mis en bouteille en fvrier 1984..." annunci.
"L'idea  stata di mio nipote David. Quando ha saputo che lei aveva intenzione di organizzare una recita di beneficenza per Natale mi ha detto: zia Peggy questa  la tua grande occasione. Facciamo uno scherzo al nostro simpatico ingegnere italiano.  una persona di spirito, sono convinto che sar il primo a divertirsi".
"Assaggi questo bas-armagnac, signora Simpson..." la invit l'ingegnere, porgendole il bicchierino. "Sicch lei desidera prendere parte alla nostra recita a favore dei piccoli disadattati?"
Sembra abbastanza plausibile che l'azione si svolga in Inghilterra, in una citt che potrebbe essere Londra o Liverpool. Non appare, invece, ben chiaro cosa ci faccia un ingegnere italiano da quelle parti e perch mai organizzi recite di beneficenza sotto Natale a favore dei piccoli disadattati. Sul metodo usato poi dalla signora Simpson per inserirsi in questa storia o nella recita meglio lasciar perdere. Ma, probabilmente,  meglio lasciar perdere tutto, troncare questo racconto indeciso.


8.

Prima di chiudere sono, per, opportune due precisazioni:
1. Toni non fece una carriera strepitosa. Flavio Cestari infatti non abbandon la compagnia come aveva frettolosamente minacciato. Sostitu Toni con la solita sarta e ridusse la parte dell'ingegner Bianchi numero due a una sola battuta: "Permette? Sono l'ingegner Mario Bianchi. Posso entrare?" La sarta disse malissimo anche quella, ma l'effetto ci fu ugualmente, perch il pubblico vedendo una donna travestita da Cestari rise, contravvenendo alla ferrea legge che una donna vestita da uomo non fa ridere mai. Toni non accett di riprendere a fare il tecnico dei suoni, lasci la compagnia e and a Roma a cercare un lavoro come attore. Fin in una cooperativa che si sciolse dopo qualche mese senza essere riuscita a mettere in scena Discendiamo in paradiso, commedia-saggio di un certo Fabrizio Belli, attore-autore, socio della cooperativa.
2. Il bambino che aveva preso parte come co-protagonista al primo short prodotto da Pagani & C. per Molfetta venne scritturato da un'altra agenzia. Il nuovo sponsor era la Mentolin, un'industria di mentine concorrenti delle Aermol. Nel nuovo carosello il bambino rubava le caramelle alla nonna. Ci fu una causa per plagio (come si ricorder nello short della Aermol il bambino le rubava al nonno). Molfetta e Pagani persero la causa: il giudice dichiar che non si poteva parlare di plagio in quanto rubare le mentine alla nonna  un discorso totalmente diverso che rubarle al nonno.



IL GRATTACIELO PIRELLI




I.

Che bellissima sera di maggio! Dal terrazzo si vede il grattacielo Pirelli in fiore. Alessandra si versa ancora un goccio di sangra, ne beve un pochino e subito riprende la conversazione:
"No, io al mare non ci posso stare pi di tre giorni. Sono troppo nervosa".
Valeria annuisce guardando lontano:
"Dico la verit: a me il lago mi mette tristezza" confida, "una tristezza infinita".
"Io in montagna non ci posso andare per via del cuore" rivela Barbara, poi si versa un po' di sangra nel bicchiere e sul Versace.
"Di fronte a un lago io sono capace di farmi venire una crisi isterica" assicura Valeria, "col mare invece ho un ottimo rapporto".
"Beh, col mare  diverso" ammette Barbara, "anch'io ho un buon rapporto col mare. Specialmente quando c' l'alta marea".
"A me, lo dico francamente, la marea piace bassa" confessa Alessandra, "con la marea bassa io ho stabilito un buon rapporto".
"Io un buon rapporto l'ho stabilito con un bagnino" ricorda Valeria, versandosi un po' di sangra sul Missoni.
Alessandra guarda il grattacielo Pirelli e concorda:
"Con i bagnini si possono stabilire degli ottimi rapporti".
"A me il bagnino piace basso" precisa Barbara, "con il bagnino alto io non riesco a stabilire nessun rapporto".
"Ecco, quello che manca in montagna  il bagnino" sospira Alessandra, "invece al lago il bagnino c'."
"A me il bagnino del lago mi mette tristezza" replica Valeria, " un po' un volere e non potere".
"Voi ci andate spesso in barca?" chiede Alessandra.
"Guarda, dipende" chiarisce Barbara, "se c' l'alta marea e il bagnino basso, vado in barca volentieri. Altrimenti, preferisco stare sdraiata sugli scogli".
" inutile, bisogna avere una barca" sbotta Valeria, scuotendo la testa. Poi, con la caraffa in mano: "C' qualcuna che vuole ancora un po' di sangra?"
"E un bagnino" prosegue Alessandra, tendendole il bicchiere. "Se tu hai una barca e un bagnino sei a cavallo".
"Purtroppo in montagna avere una barca e un bagnino  pi difficile" ritiene giudiziosamente Barbara.
"No scusa, alt, piano, un momento, ragazze, ragioniamo con calma" ribatte Valeria. "Per averli si possono avere, ma occorre portarli l, apposta".
"Non so se convenga" osserva Alessandra pensierosa. "Eppoi non  mica facile. No, al lago  tutto pi semplice".
"Non discuto, sar anche, per il lago a me mi mette tristezza" insiste Valeria sicura di s.
"Anche se hai la barca e il bagnino?" le chiede Barbara incuriosita.
Valeria ha un attimo di perplessit, poi:
"Beh, se ho la barca e il bagnino, un po' meno. Per, il lago, questo me lo dovete concedere, non  come il mare. E, se guardiamo bene, nemmeno come la montagna".
Barbara sbircia Alessandra:
"Non ha mica torto" riconosce.
L'amica non le risponde. S' alzata dalla sua sdraio, s'appoggia a un vaso di gerani appena piantati, guarda il cielo:
"Fa troppo fresco per star fuori sul terrazzo, stasera. Meglio dentro".


2.

Adesso Valeria sta fissando la madia toscana nel soggiorno.
"Sai quanto hanno chiesto di un cassettone barocco piemontese?" le chiede Alessandra.
Valeria sorride:
"Ormai anche i contadini si sono fatti tutti furbi" risponde. "Una volta andavi in giro per le campagne e ti tiravano dietro dei pezzi stupendi per due lire. Ma ormai..."
"Ormai anche i contadini si sono fatti tutti furbi" sospira Barbara, versando un po' di sangra sulla madia. "Sapete quanto hanno chiesto di un trumeau veneziano fine Sette?"
Alessandra fa di no.
"Ma" aggiunge quasi polemica, "ti so dire con esattezza quanto hanno chiesto di un armadio napoletano primi Novecento".
"Quanto?" vuol sapere Barbara.
"Prova a indovinare" replica Alessandra maliziosa.
Barbara alza la faccia disarmata, gira gli occhi per il soggiorno come in cerca di un suggerimento, poi:
"Un milione?" arrischia incerta.
"Tre milioni" gioisce Alessandra.
"Beh, tre milioni per un armadio napoletano primo Nove non  molto" garantisce Valeria. "Sai cosa chiedono oggi di un trumeau?"
"Di che epoca?" chiede Barbara.
"Di qualsiasi epoca. Sai cosa chiedono?"
"Tre milioni" prova Barbara.
"Cinque milioni" ribatte soddisfatta Valeria.
" questione che ormai i contadini si sono fatti tutti furbi" lamenta Alessandra.
"Furbissimi" conviene Valeria.
"Furbi di tre cotte" rincara Barbara.
"Per" riprende Alessandra, "qualche volta, se hai culo e giri per le campagne, riesci ancora a trovare qualcosa".
"S,  vero" concede Barbara, "ma  questione che, anche se lo trovi, ormai lo paghi il suo prezzo, peggio che da un antiquario. Sai, presempio, cos'hanno chiesto per una cassapanca abruzzese dell'Ottocento?"
"Ottocento" dice Valeria.
"S, Ottocento" ripete Barbara.
Ne nasce un allegro equivoco: Barbara riteneva che Valeria le chiedesse conferma dell'Ottocento inteso come secolo XIX, Valeria invece si riferiva al prezzo della cassapanca abruzzese: ottocento come ottocentomila lire. Le tre giovani donne ridono di cuore, sinceramente divertite. Ma Alessandra riporta le amiche alla riflessione:
"Sapete cos'hanno chiesto per una lampada liberty?"
"I contadini?" chiede Barbara.
"Gli architetti" precisa Alessandra.
Valeria ha un sorriso amaro:
"Ah, se vai da un architetto,  finita. Io agli architetti preferisco i contadini".
"Sono due cose diverse" spiega Alessandra. "Lo sai cosa chiede oggi un architetto per un cassettone di contadini?"
"E tu lo sai cosa chiede oggi un contadino per un cassettone di architetto?" ribatte Valeria.
"Eh, purtroppo ormai anche gli architetti si sono fatti tutti furbi..." torna a sospirare Barbara, versandosi un po' di sangra. "Una volta prendevi su e andavi in giro per le campagne e trovavi degli architetti tonti. Oggi invece ne sanno pi di te..."
"Mah..." mugola Valeria con sconforto. "Io, presempio, conosco un architetto che s' arricchito facendo il contadino".
"Io conosco un contadino che s' arricchito facendo l'architetto" fa eco Alessandra.
" la crisi dei valori" mormora Barbara.
"No, cosa dici? Perch crisi dei valori?" si oppone Alessandra, "C' una scala di valori differenti, oggi.  nella logica del sistema, non ha senso rifiutarla. Del resto, lo sapete cos'hanno chiesto per un letto spagnolo del Cinquecento?"
"Cinque milioni" tenta Barbara.
"Sei. Sei milioni!" esulta Alessandra.
" un delitto stare qua dentro con una serata cos, mettiamoci fuori" propone Valeria.


3.

Sono tutte e tre l sul terrazzo, le facce per aria a seguire le lucine dell'aereo che si sta allontanando.
"Io preferisco i posti davanti" rivela Alessandra, "si balla molto meno".
"Non so" replica Valeria versandosi un po' di sangra. "Per me si balla molto meno sulle ali".
"Io mi metto sempre dietro e non ballo mai" assicura Barbara con un sorriso trionfante. Poi il sorriso le si attenua e si fa malinconica: "Certo che ormai non danno quasi pi niente da mangiare. Una volta in prima classe offrivano anche lo champagne".
La conversazione s' fatta animata, riesce impossibile seguire chi dice una frase chi un'altra.
"Sapete dove danno ancora da mangiare benissimo? Sugli aerei del Lussemburgo. Ah, l s. L ti danno di tutto".
" vero. Bisognerebbe sempre prendere l'aereo in Lussemburgo".
"Anche per andare a Roma?"
"Da dove?"
"Presempio, da qui, da Milano. Per andare a Roma da Milano non puoi mica prendere l'aereo in Lussemburgo".
"Per me, s. Conviene moltissimo. Da Milano a Roma oggi non ti danno pi nemmeno le caramelle prima del decollo".
"Anni fa conveniva da Zurigo. Era bello. Ma oggi dal Lussemburgo costa la met".
"La tariffa sugli aerei del Lussemburgo  molto pi conveniente per via della rotta. Loro seguono una rotta pi breve. Tagliano direttamente".
"Che cosa tagliano?"
"Tutto. La rotta. Evitano certi venti".
"Sapete qual  una bella compagnia? Quella del Kuwait. Dopo il decollo servono sempre il caviale".
"Anche in turistica?"
"Loro non hanno turistica.  tutta prima".
C' una pausa. Barbara si versa un po' di sangra, ne versa un po' alle amiche e un po' per terra. Un sorso e ricomincia con tono dolce:
"Io sull'aereo ho ballato una sola volta, in luglio, quando abbiamo attraversato il golfo di Biscaglia. Ah, l s. L ho veramente ballato. Per fortuna che danno le caramelle".
"La compagnia del Kuwait d anche il panettone" rivela Valeria.
"Grazie, loro se lo possono permettere per via dei costi molto meno elevati" ribatte Alessandra. "Il Kuwait  paese produttore".
"Di panettone?" chiede Barbara.
Un altro aereo e di nuovo tutte e tre, faccia in su, lo accompagnano con lo sguardo.  un aereo senza rumore di motori.
"Sapete una cosa?" dice Valeria, tornando a terra. "Io alle Seychelles dormo benissimo".
"Io dormo bene alle Maldive" replica Alessandra.
"Anche alle Azzorre dormo bene, ma non come alle Seychelles" continua Valeria, poi diretta a Barbara: "Tu, per il dormire, dov' che ti trovi meglio?"
Barbara fa un movimento che  una mezza alzata di spalle, un mezzo allargar di braccia e sbuffa:
"No, non so, non chiedermi una cosa cos, Valeria, non lo so. Io ho dormito benissimo in tanti posti. Anche a Smirne. Ecco, se ci penso, l'unico posto terribile per il dormire per me  Marrakech. Non riesco a dormire a Marrakech. Delle notti insonni, agitatissime. Credo sia per via del cuscus, non lo digerisco".
"Senti, questo tuo tipo com'? Quando l'hai conosciuto?" chiede Valeria.
"Fabio?  un uomo straordinario. Ve lo far conoscere. L'ho conosciuto una settimana fa".
"Ma com'?" insiste Valeria.
"Simpaticissimo. Assomiglia un po' a Massimo Ranieri".
"Canta?"
"No. Scrive".
"A chi?"
"Ma come, a chi! Scrive libri. Fra un mese esce un suo nuovo romanzo. Bellissimo. Me ne ha letto alcuni capitoli. Vincer sicuramente un premio importante".
"Di cosa parla?" s'informa distrattamente Alessandra, versandosi un goccio di sangra.
"Beh,  una storia molto sfaccettata. Molto italiana. Racconta di un ragazzo di tredici anni, Tommaso... che poi  lui, no?"
"Oddio, quanti anni ha?" chiede Valeria.
"Ma no, che c'entra,  lui da ragazzo. C' una forte componente autobiografica. La sua infanzia, poi l'adolescenza nella grande casa di campagna dei genitori in Toscana... il babbo, la mamma che l'adorano... La scoperta del sesso, nel fienile, le prime esperienze erotiche in un arco vastissimo che va dalla masturbazione alla sodomizzazione di una capretta..."
"Oh, poverina!" s'intenerisce Alessandra.
"Poi, la vita universitaria, a Pisa. E finalmente la prima donna vera... Per lui un'esperienza fondamentale, capite?"
"Beh, certo, chiuso il rapporto con la capretta..." dice Valeria.
Barbara scuote la testa:
"Non definitivamente".
"Come? Va avanti?  un legame serio" s'allarma Valeria.
"Beh, c' lui che ritorna da adulto nella grande casa di campagna e rivive i momenti pi significativi della sua adolescenza..."
"Rivede la capretta?" si turba Valeria.
"S, ma non solo quella..."
"Non solo quella? Un gregge?!"
"Ma, no... cio, la capretta  stato un episodio marginale... Poi ce ne sono tanti altri, anche pi inquietanti di quello..."
"Beh, quello  gi abbastanza inquietante..." trova Alessandra.
" sposato?" domanda Valeria.
"Divorziato. Della ex moglie non parla mai. Credo che sia stata una parentesi molto deludente. Mi verseresti ancora un goccio di sangra, per favore?"
"Fa di nuovo freschino, per" dice Alessandra, fingendo d'essere percorsa da un brivido. "E se rientrassimo?"
"Ma no, tesoro,  una serata bellissima. Se vuoi, vado a prenderti una roba da metterti addosso" propone Barbara.
"No, lascia, non importa. Quando penso che fra sette mesi  Natale!"
"Per carit, non parliamone..." implora Valeria lamentosa, poi con decisione: "Io lo odio".
"Quest'anno, poi, noi torniamo in Africa, figuriamoci..." riprende Alessandra, fingendo un altro brivido, "sulla costa d'Avorio".
"No, ecco una cosa che io non farei mai. Io non riuscirei mai a passare il Natale nei paesi caldi" assicura Valeria. "Per me, il Natale  una cosa del Nord. Ha bisogno della sua neve, del suo gelo, dei suoi abeti. Un Natale col clima dei Tropici per me  un non senso".
"Per la verit" obietta Alessandra, "la tradizione lo collocherebbe in Palestina, che  un posto caldo. Per, s, ti capisco perfettamente, cara: anche per me  indispensabile passarlo al Nord, col freddo".
"Se no, dite quel che volete, ma non  vero Natale" riattacca Valeria. "Io da due anni ho aderito a una lega filantropica internazionale che tra i suoi scopi ha quello di far passare le vacanze natalizie ai bimbi del Terzo Mondo in un clima gelido. Sapete, sono bimbi vissuti sempre in mezzo alle palme, i cactus, i bamb, bimbi che in vita loro non hanno mai visto un igloo. L'anno scorso ne abbiamo mandati duecento in Alaska. Lo faremo anche quest'anno".
"Li deportate?" chiede gentilmente Barbara.
"Ma cosa dici, tesoro. Li invitiamo per Natale. Bimbi del Ghana, del Sudan, della Tanzania. Poverini, non sapevano cosa fosse la neve, non l'avevano mai vista. Erano stupiti, eccitati. Ridevano, tentavano di andare in slitta. Naturalmente c' stato qualche contrattempo, qualcuno di loro s' preso subito la broncopolmonite, altri sono rimasti parzialmente congelati. I superstiti li abbiamo dovuti spalmare tutti con grasso di balena. Il grasso di balena fa miracoli, in certi casi. Per, se si eccettuano queste piccole contrariet, nel complesso eravamo tutti orgogliosi della nostra spedizione: credo che sia stata un'esperienza molto positiva e per quei poveri bambini un'avventura probabilmente irripetibile. Quest'anno poi ci stiamo organizzando ancora meglio. Avremo anche delle guide locali, dei giovani esquimesi che si sono offerti au pair: a Ferragosto li ospiteremo in alcuni villaggi tropicali. Sono entusiasti all'idea: pensa che nessuno di loro ha mai visto un dattero".
"Io sto cercando disperatamente una ragazza au pair" dice Alessandra, "ma non  facile. Ho messo in giro la voce, ma mi offrono solo donne di colore".
"Di che colore?" chiede Barbara versandosi un goccio di sangra dappertutto.
"Non certamente bianco, cara..." sorride Alessandra e va avanti. "No, io il Natale lo considero un momento squisitamente religioso. Per questo preferirei passarlo a Londra".
"Tu sei anglicana, adesso?" domanda Valeria.
"No, ma trovo che a Londra si vive un'atmosfera d'intensa religiosit che m'affascina. A Londra c' molta pi religiosit che in altri posti".
"Non saprei" fa Barbara.
"Io, invece, non sono per niente d'accordo, scusa..." polemizza Valeria. "Finch tu mi dici che Londra  pi religiosa di Parigi, posso anche darti ragione, ma se la paragoni alla Spagna... Pensa all'atmosfera d'intensa religiosit che si respira a Siviglia!"
"E a Toledo" perfeziona a modo suo Barbara, vistosamente soddisfatta poi per quell'aggiunta che le ha consentito di non sentirsi del tutto tagliata fuori e che non ha suscitato le proteste delle altre due.
Alessandra appoggia il bicchiere vuoto per terra e sembra concentrarsi profondamente. Quasi subito rompe la concentrazione:
"Ripensandoci, forse avete ragione voi. Forse s, forse a Siviglia una riesce a calarsi in una dimensione pi mistica..."
"E anche a Toledo" s'affretta a richiamare Barbara, tentando di mascherare la depressione per il fatto che Alessandra (non sa se volutamente o no) ha trascurato la localit da lei appena suggerita. Con inopportuna esagerazione rincara:
"Anzi, a Toledo addirittura pi che a Siviglia..."
"No, cara, questo scordatelo" la biasima immediatamente Valeria, "Siviglia  Siviglia, Toledo  Toledo".
"Ha ragione, sono due citt con caratteri differenti" approva Alessandra. "E quasi quasi mi converrebbe piantar l Londra e andare a passare il mio bel Natale a Siviglia. Tra l'altro, pare che ci sia una processione fantastica..."
"No, quella  a Pasqua, tesoro..." corregge Valeria.
Barbara  felice stavolta di poter intervenire e con notevole autorit:
"A Pentecoste, per l'esattezza".
Nessuna delle due amiche la contraddice e lei si versa un po' di sangra. Per qualche secondo c' silenzio. Poi Alessandra annuncia:
"Bene, allora non ci si vede per il Natale. Io finir quasi certamente a Siviglia e poi in Costa d'Avorio con Fabrizio, tu Valeria vai in Alaska con i bambini del Terzo Mondo..."
"No, veramente io in Alaska non ci vado" spiega Valeria, "mi sono solo quotata di un tanto, non moltissimo, per mandarci i bambini che non hanno mai visto un igloo..."
Senza essere preceduto da niente, n lampi n tuoni, uno scroscio di pioggia si rovescia sul terrazzo. Un po' affannosamente le tre donne s'alzano dalle sdraio e corrono dentro.
"Incredibile" dice Barbara, chiudendo la vetrata, "un tempo cos posso capirlo in aprile, ma in pieno maggio francamente... E non c'era in giro una nuvola".



LA PROPOSTA ARTICOLATA

Quand'ebbi finito di parlare i tre dirigenti dell'Ente Televisivo Nazionale mi sorrisero.
"Questa sua idea mi sembra piuttosto brillante. Personalmente sono molto interessato alla sua realizzazione" disse il dottor Gamucci.
"Sono d'accordo con Salluzzo" intervenne il professor Mantica, "tra l'altro noi della sede milanese abbiamo un disperato bisogno di idee nuove, per tentare se  possibile di fare delle trasmissioni un po' diverse dalle solite".
Il dottor Salluzzo non disse niente, ma dalla sua espressione soddisfatta era naturale dedurre che condivideva il parere dei colleghi.
Mi sentii abbastanza lusingato: era andato tutto magnificamente, molto meglio di quanto pensavo, adesso si trattava soltanto di concludere, di esaminare i dettagli, di firmare il contrattino. L'ho sempre chiamato contrattino per vezzo scaramantico, in realt quello con l'Ente Televisivo Nazionale  un ottimo contratto.
"S,  una serie di trasmissioni che si possono realizzare proprio qui negli studi di Milano" afferm con convinzione il dottor Gamucci, "allo studio F, per esempio, appena finisce la serie di "Giochiamo al mondo"... quand' che finisce?"
"Il 10 di aprile lo studio  libero" precis il professor Mantica.
"Ottimo" approv il dottor Gamucci, lieto della notizia. Poi si rivolse ancora a me: "Mi faccia avere una proposta". Dopo un secondo aggiunse con una sfumatura maniacale: "Articolata", volendo forse farmi capire che l'ipotesi che io avessi la tendenza a inoltrare proposte inarticolate lui la considerava tutt'altro che infondata, il suo tirocinio nell'Azienda essendo stato caratterizzato soprattutto dall'invadenza di proposte senza capo n coda che lo avevano condotto pi volte all'esaurimento nervoso oltre che alla permanente diffidenza e alla necessit di chiarire - una buona volta per sempre! - agli eventuali collaboratori esterni come andavano compilate le proposte di trasmissioni televisive.
"Grazie" risposi, lievemente intimorito da quell'articolata, "gliela faccio avere senz'altro".
Stavo per uscire dall'ufficio, ma mi resi conto che mi era utile ottenere qualche altro chiarimento.
"Devo metterci anche il numero delle puntate, la durata, gli attori che mi paiono pi indicati, il possibile regista, lo scenografo?" chiesi.
"Tutto, tutto. Lei ci metta tutto, proprio tutto" m'incoraggi il dottor Gamucci quasi volesse vincere certe mie reticenze.
Ritenni che fosse il momento opportuno per ricordare a lui e agli altri che ero piuttosto introdotto nel settore dello spettacolo:
"Conosco uno scenografo giovane, molto bravo, che finora ha fatto pochissimi lavori, ma...  un ragazzo pieno di idee. Si potrebbe eventualmente fargli buttar gi un bozzetto di prova, senza nessun impegno da parte vostra, si capisce..."
"Metta, metta. Lei ci metta tutto, metta anche lo scenografo. Abbiamo urgenza di forze vergini. Indichi i nomi, fornisca tutte le informazioni che ritiene possano contribuire al buon esito della serie..." mi esort Gamucci.
Il professor Mantica a sua volta:
"Tutto, metta tutto" quasi m'intim.
Il dottor Salluzzo se ne stette ancora silenzioso, ma ogni "tutto" degli altri era sempre stato significativamente e vigorosamente sottolineato da un suo segno di consenso con la testa.
"E quando devo portarvela?" chiesi. Mi riferivo alla proposta articolata.
"Quando vuole, naturalmente, quando  pronta" rispose Gamucci. "Ma non ci dorma sopra. Prima , meglio . Non lasciamo che gli entusiasmi si raffreddino.  d'accordo?"
"D'accordissimo. E quante cartelle pensa che..." insistetti. "Io non ho mai fatto proposte articolate... neanche disarticolate naturalmente, io... voglio dire che ho sempre parlato cos, a voce... non mi hanno mai chiesto di portare proposte scritte... non sono pratico circa la forma... Quante cartelle pensa che..."
"Cinque. Quattro. Due" dett il dottor Gamucci.
"Anche una" mi venne incontro il professor Mantica, benevolo. "Basta che in quell'ima ci sia dentro tutto".
"Ecco, s" conferm subito Gamucci, "quello che conta  che ci sia dentro tutto. Ci metta dentro tutto, mi raccomando".
Tre giorni dopo ero da lui. Avevo lavorato bene, ero allegro. Gli consegnai la proposta articolatissima: cinque cartelle dattilografate.
"Ah, magnifico, magnifico" esclam stringendomi la mano con grande calore. "L'aspettavo. Non so perch, ma ero sicuro che sarebbe venuto oggi. Vedo che ha fatto in fretta. Meglio cos: bisogna battere il ferro finch  caldo. Chiamo subito Mantica e Salluzzo. Posso offrirle un caff?"
"Grazie" risposi, "se  possibile, decafeinizzato".
"Per carit, fa malissimo.  inquinato, non lo sapeva?"
Ordin quattro espressi alla segretaria e qualche istante dopo entrarono Mantica e Salluzzo.
"Come le  venuta?" mi chiese il professore.
"Beh, non tocca a me giudicare, per ho l'impressione che ci siamo" risposi elegantemente.
Salluzzo mi fece un vistoso segno d'approvazione con la testa. Era la seconda volta che lo vedevo e ancora non avevo sentito la sua voce. Forse era una sua civetteria quella di non parlare mai, forse un naturale riserbo. Forse era muto. Santo cielo, se fosse stato muto sul serio? Scartai l'idea: mi sembrava impossibile che l'Ente Televisivo Nazionale affidasse un posto a un dirigente muto. Arrivarono gli espressi, bevetti il mio inquieto, pensando pi a Salluzzo che alla proposta.
Finalmente Gamucci si mise a leggere i fogli con grande attenzione. Ogni tanto lo vedevo far cenni di consenso. Un paio di volte alz lo sguardo dalla lettura per rivolgermi un largo sorriso che m'affrettai a interpretare come un giudizio positivo.
"Perfetto, un ottimo lavoro.  esattamente quello che volevo" disse quand'ebbe finito di leggere.
Poi pass i fogli a Mantica. Questi prese le cinque cartelle e le strapp a pezzetti senza nemmeno guardarle. Non ebbi il tempo di chiedergli se era impazzito.
"Vede" mi spieg subito, "se noi avessimo dovuto seguire l'iter tradizionale, avremmo dovuto mandare la sua proposta a Roma, sottoporla all'attenzione di un capostruttura, attendere mesi e mesi una risposta che sapevamo benissimo che non sarebbe mai venuta. E lei nel frattempo ci avrebbe telefonato e ritelefonato per domandarci a che punto eravamo e io o il dottor Gamucci avremmo dovuto mentirle dicendole che la sua proposta era in fase di studio e che presto ci sarebbe stata una riunione per decidere se programmarla per la prossima estate o se era meglio farla scivolare in autunno, eccetera, eccetera. Ma noi siamo persone serie, non vogliamo farle perdere del tempo e soprattutto non intendiamo alimentare speranze assurde. Io credo ancora in certi valori e sono convinto che nei rapporti umani occorra essere leali".
Il dottor Gamucci si alz dalla scrivania, mi tese la mano:
"Grazie per la sua preziosa collaborazione" mi disse, "spero che questo non sia che l'inizio. Se ha qualche altra idea interessante mi raccomando, me la faccia avere".
Si alz anche il dottor Salluzzo, m'accompagn alla porta.
"Complimenti" mi disse.
Non era n sordo, n muto.



NULLA, NIENTE

Stava seduto tranquillamente fuori sul terrazzino a leggere il giornale.
Lei lo chiam dall'interno.
"Caro..."
"Eh?" le rispose.
Non pass neanche mezzo secondo, lei s'affacci alla porta:
"Lo sapevo" disse.
"Come?" chiese lui.
"Ho detto che lo sapevo" rispose lei, sostenuta.
Allora lui abbass il giornale, la guard senza guardarla e fece:
"Ah, s?"
Lei conferm, secca:
"S".
"E cosa sapevi, cara?"
"Sapevo che mi avresti risposto "eh?"..."
"Capisco.  abbastanza o molto grave?"
Lei scosse la testa:
"No, non  grave.  sintomatico".
"Sintomatico?" ripet lui, tentando in assoluta malafede di riprendere la lettura.
"Sintomatico, s. Io ti ho chiamato affettuosamente, come faccio sempre del resto da ventidue anni, e tu m'hai risposto "eh?"..."
"E allora? Ti ho risposto "eh?" e allora?"
"E, allora,  evidente che questa nostra unione, questo nostro legame, il nostro matrimonio, se cos si pu chiamare, accusa brutti sintomi di deterioramento. I nostri rapporti sono logori".
Rinunci platealmente al giornale:
"E da cosa lo deduci, cara?"
Prima di rispondergli lei sbuff. Poi:
"Dal fatto che tu alla mia chiamata: "Caro..." hai risposto con un "eh?" che non era proprio tenero. Non ho detto appassionato, ho detto tenero. Al contrario, denunciava un palese tasso d'insofferenza".
"Ma se sono anni che quando tu mi chiami io ti rispondo "eh?"..."
"Vuol dire che sono anni ormai che il nostro rapporto  stanco..."
"Abbi pazienza, tesoro, ma cosa pretendevi che ti rispondessi al posto di "eh?"... Eh?"
"Non so. Non tocca a me suggerirti. Certo, qualcosa di pi toccante. Per esempio: "S, amore mio?"..."
"Amore mio?"
"Oppure... non so... Ma non ha importanza, per carit. Prendiamo piuttosto malinconicamente atto che dopo ventidue anni di matrimonio non abbiamo pi nulla da dirci".
"Nulla?" chiese lui, insospettito, stavolta.
"Nulla, nulla..." conferm.
"Scusa, cara, perch dici "nulla" invece di "niente"?"
"Mio dio, perch... perch cos, perch nulla mi piace di pi. Niente  piatto,  banale..."
"Dici? Io preferisco niente. Mi sembra un vocabolo d'uso pi normale, pi quotidiano..."
"Sar benissimo, ma perch non concedersi ogni tanto qualche piccolo volo anche nel linguaggio quotidiano? Pensa come sarebbe noioso se usassimo sempre gli stessi vocaboli, le stesse frasi..."
"Vero anche questo. Per, a me, sinceramente, quel nulla suona un po' fuori posto..."
"Solo perch non sei abituato a sentirlo usare pi frequentemente. Ti sei abituato al tuo niente e allora nulla ti sembra lezioso, accademico..."
"Pu darsi, forse hai ragione. Anche quando andiamo al cinema: il linguaggio degli attori mi sembra cos lontano dal nostro, cos finto..."
Lei gli sedette accanto:
"S, anche a me. Mi succede anche quando leggo un libro: non mi ritrovo quasi mai nel personaggio che mi propone l'autore".
"Beh, un momento, qui dipende dall'autore... Ma sai cos'ho notato, cara? Ho notato che il pi delle volte noi non indaghiamo abbastanza sui nostri comportamenti. Dovremmo fare uno sforzo per approfondire di pi..."
"Gi, ma i ritmi della vita quotidiana non ci concedono spesso questo riflessioni. Finisce che ci troviamo ad agire quasi meccanicamente, ripetiamo parole, azioni, movimenti a memoria..."
"Scusa, cara, mi stavi dicendo prima una cosa che riguardava il nostro matrimonio. Cos'era? Riguardava mi pare i ventidue anni trascorsi insieme..."
"S, s... cos'era? Ah, certo, come no. Dicevo che ormai non abbiamo pi nulla da dirci. Dio mio, le undici! Devo andare di l a preparare..."
"Lo sapevo".
"Cosa sapevi, adesso?"
"Sapevo che ti saresti annoiata a star qui a parlare con me".
"Non mi sono affatto annoiata, solo che devo andare di l a preparare..."
"Vai, vai. Vai a preparare. A preparare cosa, poi?"
"Come, cosa? Da mangiare..."
"Mi accorgo subito quando ti annoi. D'altra parte,  logico, inevitabile. Dopo ventidue anni trascorsi insieme... Il discorso si  esaurito".
"Scusa, amore, perch dici trascorsi invece di passati?"
"Trascorsi invece di passati? Beh... trascorsi mi sembra pi... perch, hai qualcosa contro trascorsi?"
"Nulla, assolutamente nulla contro trascorsi. Per preferisco passati. Trascorrere mi sembra un verbo stonato, ipocrita..."
"Forse non hai torto. Ma perch questa discussione? A proposito di cosa?"
"A proposito di... Stavamo parlando del nostro matrimonio. Sai quanti anni sono passati?"
"Ventidue, no?"
"Ventidue, s. Incredibile come vola il tempo".
"Incredibile, sul serio".



UN MILANESE BENEMERITO


Come tutte le altre sere quando torna dall'ufficio, Ceriani Eugenio, nato a Milano il 13 marzo 1936, ivi residente, coniugato con due figli, lavoratore dipendente, parcheggia la sua macchina Fiat Ritmo nella piazzetta e trotterella verso casa. Non deve fare troppa strada, basta che attraversi e giri l'angolo: la sua via, via Telemaco Signorini,  l; al sesto piano del numero civico 9 l'aspetta la moglie, Carla Rinaldi in Ceriani, nata a Tradate, provincia di Varese, il 28 settembre 1940, casalinga.
Ha appena girato l'angolo, distrattamente butta un'occhiata alla targa della via e va avanti. Ma subito si blocca, rimane fermo impietrito un istante, poi torna indietro di due passi, guarda di nuovo la targa con gli occhi sbarrati. In alto, sul rettangolo bianco dove c' sempre stato scritto via Telemaco Signorini, adesso c' scritto via Ceriani Eugenio. Non pu essere, si tratta certamente di un'allucinazione. Sente le gambe riempirsi di formiche, di quelle rosse, cattive, il cuore gli esplode, la testa... dov' la testa? Si appoggia al muro, il respiro tormentato.
Guarda un'altra volta la targa, si toglie gli occhiali, li pulisce col fazzoletto sporco, si passa due dita sulle palpebre, torna a guardare la targa.  un'allucinazione, non c' dubbio,  un'allucinazione. O forse, no,  arrivato il suo momento, sta per andarsene. Via Ceriani Eugenio. Riesce, non sa come, a trovare la forza per arrivare fino al sesto piano, ma distrutto, apre la porta di casa, urla:
"Carla!"
"Ciao"  la consueta risposta che gli arriva dalla cucina.
"Carla!" urla ancora. "Vieni qui subito, presto!"
Appena lo vede, la moglie capisce che gli  successo qualcosa, qualcosa d'irreparabile, probabilmente:
"Ti senti male? Cos'hai? Sdraiati sul letto, ti faccio un caff".
"No, no, lascia stare, non sto male. Sono solo stravolto. Credo che sverr a minuti. La strada!"
"Vieni, sdraiati sul letto. Cosa ti senti? Hai male da qualche parte? Hai avuto un incidente di macchina? Vieni di l, appoggiati".
Cerca di spingerlo verso la camera da letto, ma lui fa resistenza e si lascia andare provatissimo su una sedia in cucina, le braccia penzoloni, le gambe allungate, la testa quasi rovesciata all'indietro:
"La strada..." geme spaventato. "Sulla targa della strada c' il mio nome".
Carla crede di non aver capito:
"Il tuo nome dove, tesoro?"
"Sotto. Sulla targa della via. C' il mio nome. Non c' pi via Telemaco Signorini, c' via Ceriani Eugenio".
La Carla lo guarda in silenzio.  preoccupata soprattutto di non fargli capire che  preoccupatissima per lui.
"Ti faccio un caff" insiste, la sua fede nel caff  totale. "Ti fa bene".
"Ma no, piantala col caff!" Piano piano si sta riprendendo. S' slacciato lo slacciabile, si mette a sedere pi compostamente, tira un lungo sospiro:
"Ho pensato subito che si trattasse di un'allucinazione,  la prima cosa che viene in mente. Ma non  un'allucinazione. Sulla targa qua sotto qualcuno ha cancellato Signorini e ha scolpito il mio nome. Uno scherzo? Ma chi  attrezzato in quel modo per farmi uno scherzo? Eppoi, chi vuoi che perda il suo tempo per star l a fare uno scherzo a me?"
"Gi" acconsente la Carla.
"Ho capito: non ci credi. Pensi che io stia delirando. Che poi non ci sarebbe niente di anormale se uno delirasse dopo aver visto il proprio nome su una via che s'era sempre chiamata via Telemaco Signorini. Il delirio sarebbe una reazione pacata. Non sto delirando, Carla. Vieni gi, vieni a vedere anche tu, infilati il palt e scendiamo. Mah, non so, forse  stata proprio soltanto un'allucinazione. Dai, forza, sbrigati, scendiamo".
Quando Carla torna col palt addosso,  decisa:
"Tu stai qui, Eugenio. Vado gi io da sola a vedere.  molto meglio".
Lui si ribella subito:
"Macch molto meglio, molto meglio niente. Scendiamo insieme".
Via Ceriani Eugenio. Davanti alla targa adesso  la Carla che ha un lungo sgomento. S'appoggia a lui che ormai d l'impressione d'aver superato la crisi.
"Non  un'allucinazione, Eugenio" mormora lei. "Ti hanno dedicato una strada".
Un signore col cappotto chiaro sta passando davanti a loro. Eugenio lo ferma:
"Scusi, lei sa che via  questa?"
Il signore scuote la testa:
"No, non saprei..." poi alza lo sguardo sulla targa e gliela indica: "Guardi, c' scritto l: via Ceriani Eugenio..."
Fa per proseguire, ma Ceriani Eugenio lo trattiene:
"Scusi, ma questa via, questa via qui, non s' sempre chiamata via Telemaco Signorini? Telemaco Signorini, pittore..."
"Non lo so, non saprei..." dice l'altro.
"Ma chi  Ceriani Eugenio?" insiste il Ceriani.
"Guardi, non lo chieda a me" risponde il signore, accennando un sorriso come di scusa. "Buonasera".
A tavola, con i figli, cena inquieta. Luca e Maurizio non s'erano accorti del cambiamento, sono subito stati accompagnati davanti alla targa. Incredulit, sbigottimento, poi facce ridenti.
"Dovevi telefonare subito in Comune e chiedere spiegazioni" lo rimprovera Luca.
"Erano gi le sei, a quell'ora gli uffici sono chiusi. Lo far domani mattina".
"Non c' poi cos tanto da meravigliarsi" dice improvvisamente la Carla. "Ripensandoci con pi calma,  probabile che rientri nelle intenzioni delle autorit comunali dedicare una via ai cittadini benemeriti.  sicuramente un'iniziativa politica".
"Ma, Carla, dai, non sono un cittadino benemerito. Ci sar uno sbaglio".
"Quale sbaglio!? Perch uno sbaglio? Certo che sei un cittadino benemerito!"
"Ma, Carla, ragiona... Siamo seri... Cos'ho fatto io per meritarmi una strada?"
Lei ha un impeto di passione polemica,  commovente, indignata, fiera, retorica, tutto:
"Hai lavorato. Hai lavorato tutta la vita, Eugenio. Seriamente, onestamente. Hai fatto sacrifici per mantenere noi, tua moglie, i tuoi figli.  pi che giusto che venga finalmente riconosciuto e in forma ufficiale il contributo che uomini come te danno alla collettivit. Uomini che apparentemente non contano. Era ora che ti arrivasse un segno da quelli l".
Aureolato di orgogliosa modestia Eugenio ascolta le parole della moglie un po' schermendosi, un po' approvando. Non ha poi mica tutti i torti, pensa. Sacrosanto: merito una strada molto pi io di un qualsiasi pittore o musicista o generale, io che da anni mi sbatto senza che nessuno si sia mai accorto delle mie malinconie.
"La mamma ha ragione" interviene Maurizio, "viviamo in tempi di grande smercio demagogico: dedicare una strada a un cittadino sconosciuto, a un povero pirla qualsiasi,  un'idea popolare che cattura la sensibilit dell'utente".
"Tuo padre non  un povero pirla qualsiasi!" ruggisce la Carla.
"Ma no, certo, per noi no" spiega Maurizio, "ma per loro, per quelli l, s".
"Per,  ben strano che non m'abbiano almeno avvertito" mormora Ceriani, tormentato, "che non ci sia stata una cerimonia, una piccola cerimonia per lo scoprimento della lapide. No, c' qualcosa che mi sfugge, che non riesco a capire".
S' dormito poco la notte. Alle sei di mattina tutta la famiglia  gi fuori in strada a controllare la targa: "Via Telemaco Signorini"; la scritta "Ceriani Eugenio"  scomparsa; al suo posto, come sempre, c' "Via Telemaco Signorini, pittore, 1835-1901".
Si guardano in faccia senza riuscire a dirsi niente. Soltanto dopo un po', la Carla  come se si riavesse da un malore. Sbotta:
"Eppure ieri... l'abbiamo vista tutti, vero? Non era un'allucinazione".
"Mah" fa Maurizio.
E Luca:
"D'altra parte, ragioniamo un momento, pap. Perch avrebbero dovuto intitolare una via proprio a te?"
"Ma come, perch! Perch ha lavorato tutta la vita..." s'indigna teneramente Carla e vorrebbe andare avanti.
Ma Luca la tronca:
"E va beh, ce n' cos di gente che ha lavorato tutta la vita, dai, non  mica l'unico! Se dovessero dedicare una strada a tutti!"
"Eppure ieri..." ripete la Carla.
"Si vede che ci hanno ripensato" ride Luca.



IL TURPE SQUISITO

1.

 una di quelle notti d'estate. Grilli, cocomeri, stelle cadenti. Il parco  popolato da volonterose coppiette che fanno l'amore sull'erba, fra i cespugli, in piedi accanto a una pianta, in macchina.
L'individuo s'aggira fra loro: li scruta, li osserva, ne ghermisce parole e sospiri. S'intrufola dappertutto,  costretto qualche volta a camminare carponi o a strisciare dove capita. Si muove senza affanno, senza l'ansia di chi  cosciente di compiere qualcosa d'illecito. Ogni tanto si sofferma a guardare. Non spia: guarda.
Spesso, sentendosi osservata, qualche coppia s'allontana, cambia posto non senza sbuffare risentita. Qualche altra volta l'individuo viene cacciato con minacce e insulti. Non si scompone, naturalmente.  abituato a queste reazioni banali, le conosce, ne valuta il contenuto emotivo, le giustifica. Adesso, per esempio, il giovane che sul prato stava facendo l'amore con la ragazza s' alzato, viene verso di lui, goffamente tirandosi su i calzoni. Anche lei si riassetta senza eleganza nei gesti. Ecco, se li trova di fronte tutti e due. La ragazza gli grida ingiurie dozzinali, il giovane gli ha puntato il pugno sotto al viso:
"Ti spacco la faccia, io a te! Ti spacco la faccia, capito?"
Lui non s' mosso, sa che deve fronteggiare la situazione.
"Calma, calma, controllo... C' un equivoco..." dice.
"Ma quale equivoco, brutto schifoso" aggredisce il giovane.
"Schifoso!" ripete la ragazza.
"Vorrei che vi calmaste. E finite di rivestirvi, per favore. Vi spiegher tutto. Con calma, per, con calma".
"Non c' nessun bisogno di spiegare, cosa vuoi spiegare..." ribatte il giovane che intanto si era rinfilata la maglietta nei pantaloni e chiusa la lampo.
"Vedr, invece, che ce n' bisogno, ragazzo mio, eccome..." ribatte sorridendo l'individuo.
Il giovane ha un attimo di timore:
"Se lei  della buoncostume, lo dica subito. Si qualifichi.  della buoncostume?"
"Fai vedere il tesserino" interviene la ragazza.
"Al tempo, al tempo. Niente buoncostume, niente polizia... Ecco io... io proporrei di andarci a sedere l, su quella panchina..."
"Ma cosa vieni a dirci? Perch ci dobbiamo sedere l con te?" chiede la ragazza incamminandosi.
La panchina  quasi sotto a un lampione e i tre adesso possono guardarsi bene in faccia. Tre facce fra le tante. I due giovani si sono gi seduti, l'atteggiamento aggressivo incrinato dalla curiosit.
Prima di sedersi l'individuo fa un imprevedibile cenno d'inchino fuori moda:
"Se permettete... sono il dottor Bianchi..."
"S, il dottor Bianchi!" sghignazza il giovane. "Vallo a raccontare a un altro!... Il dottor Bianchi... Nuovo come nome... Te lo sei inventato bene!"
"Naturalmente" conferma l'individuo accomodandosi. "Certo.  un nome che mi sono inventato. Debbo ammettere con limitata fantasia. Scusi, ma se fosse lei al mio posto, non se lo sarebbe inventato anche lei? O avrebbe ingenuamente fornito le sue autentiche generalit? Andiamo, sia sincero. Magari si sarebbe inventato un nome meno ovvio di Bianchi, ma inventato se lo sarebbe inventato anche lei. Dico bene?"
"Eh? Io al tuo posto? Ma sei scemo, ma cosa dici? Guarda, deficiente, che io non sono mica uno sporcaccione..."
"Ah, ah, la prego..." lo interrompe. "Non ricominciamo con gli insulti. Sporcaccione, degenerato, maniaco... Lessico d'altri tempi. Mi meraviglio. Siete giovani, santo cielo. Adoperate termini un po' meno consunti, pi attuali..."
I due giovani lo fissano incerti, si scambiano una lunga occhiata. Lui continua:
"Naturalmente, s, certo, sono un guardone... Uso questa espressione che detesto, perch non sono sicuro che conosciate l'equivalente vocabolo francese molto meno volgare..."
"Perch, tu sai il francese?" chiede la ragazza.
"Mio dio, ci mancherebbe che non lo sapessi! Ma non  questo il momento di appurare le mie cognizioni linguistiche, cara..."
"Non chiamarmi cara!"
"Non chiamarla cara!" intima il giovane.
"Era un "cara" che desideravo tenere un attimo in sospeso in attesa del suo nome. Come si chiama lei?"
"Annamaria".
"E io Cesare" aggiunge il giovane. Poi, provocatorio, domanda: "E tu?"
"Ve l'ho detto: dottor Bianchi..."
"Ma piantala!" fa il giovane, tornando rissoso.
"La prego, Cesare... Dicevo: s, certo, sono un guardone. E con ci?"
"Come e con ci?" fa lei, inorridita o incuriosita.
"Che male c'? Spiegatemi voi, che male c'. A chi reco danno? S, lo so, lo so: due amanti, convinti d'essere soli, improvvisamente scoprono che c' qualcuno nascosto che li osserva... che viola la loro intimit come scrivono i cronisti imbecilli... Beh, s, capisco, anche perch non si  mai certi delle intenzioni dell'osservatore... Sono accaduti episodi terrificanti, lo so... Certo sarebbe molto pi bello, pi pulito se i due amanti fossero consenzienti..."
"Come sarebbe, consenzienti?" chiede Cesare.
"Consenzienti sarebbe consenzienti. D'accordo nel concedersi a sguardi che in tal caso non sarebbero pi indiscreti. D'accordo nel lasciarsi guardare, insomma. Con tutta comodit, tranquillamente. Ma s, santo cielo, finitela di fare l'amore all'aperto, al buio, sui prati di notte, in posizioni scomode, esposti ai rigori e del clima e della legge: perch, ragazzi, mi dispiace dovervi ricordare che esistono quattro precisi articoli del codice penale: 527, 529, 539 e 544, ma il pi pertinente  il 527 che recita: "Chiunque in luogo pubblico o aperto o esposto al pubblico compie atti osceni, vedi 529,  punito con la reclusione da tre mesi a tre anni...""
" una legge fascista!"
"D'accordo, Cesare, io sono favorevole alla sua abolizione... Ma, purtroppo, la legge esiste".
"Allora, sei della polizia!?"
"Non insista. Le ho lealmente dichiarato che sono un guardone: vorrei che su questo non ci fossero dubbi. Sono un guardone. E come tale ricevo piacevoli appaganti sensazioni nell'osservare gli altri mentre fanno l'amore. Non c' niente di sudicio, niente di losco, di sordido, niente di volgare. Ammirare un nudo in un'opera d'arte  forse atteggiamento volgare, meritevole di biasimo? Anche l'amore se  eseguito in modo spontaneo pu essere opera d'arte. Quindi, diciamo che sono un artista, un artista contemplativo. Ma, ripeto, perch ostinarvi caparbiamente a fare l'amore all'aperto, scomodi, con gli insetti, col cattivo odore? Questo s  volgare. Siete giovani, evidentemente non disponete di molti mezzi, perch altrimenti almeno un'auto l'avreste, ce l'hanno tutti ormai, i disastri della motorizzazione di massa sono pi che noti... Bene: io vi offro la possibilit di amplessi comodi, sereni, senza rischi, con tutti gli agi..."
"Dove, a casa tua?" sfotte Cesare.
"Neanche per idea, non se ne parla nemmeno..." s'affretta a precisare il dottore. Poi, illuminandosi: "Come tutti i grandi pittori, i grandi scultori, i ceramisti, gli orafi che hanno uno studio, un laboratorio staccato dall'abitazione, anch'io preferisco realizzare le mie contemplazioni fuori casa".
Un improvviso dubbio di Annamaria:
"Ma tu sei sposato?" chiede la donna, senza simpatia.
 abituato a sentirselo domandare. Non concede risposta, riprende con calma:
"Giudicate voi se la mia proposta pu interessarvi o no. Vi offro la possibilit di usufruire per un anno, salvo rinnovo dell'impegno, di un appartamentino completamente e lussuosamente arredato dove potrete abitare quando e come riterrete opportuno.  cos difficile oggi trovare casa, per una coppia giovane, con i prezzi che ci sono in giro. E siccome l'appartamentino  un po' fuori mano... voglio dire che non si trova proprio al centro-centro... un minimo di discrezione in queste faccende mi pare giudizioso e inevitabile... potrete raggiungerlo in macchina... oh, non una grossa cilindrata, naturalmente, tantopi che anche la benzina sar a mio carico... ma una macchinetta di una certa classe: sceglierete voi il tipo e la marca..."
Una nuova lunga occhiata fra i due, poi il sorriso complice.
"Ma..." azzarda Cesare, "a chi verrebbe intestato l'appartamento?"
"L'appartamento  gi intestato: a me naturalmente. Voi lo potrete godere senza sborsare una lira d'affitto. In pi vi pagher un'aliquota trimestrale, o mensile, se preferite, per le spese. Non le spese di condominio, quelle non vi riguardano, sono roba mia. Vi pagher le bollette, le normali bollette: luce, gas, telefono. Deciderete voi se stabilirvi l oppure se andarci di tanto in tanto. A me basta che vi facciate trovare in un dialogo coniugale, tre volte alla settimana..."
"Come sarebbe un dialogo coniugale?" chiede Annamaria.
"Ma s, come un qualsiasi marito e moglie. Oddio, cosa vi posso dire? Lui che legge il giornale, lei che guarda la televisione. O lei che prepara da mangiare e lui che fa la doccia. O lei che telefona alla mamma e lui che finge di riparare qualcosa che speriamo non si sia guastato sul serio. Un quadretto familiare insomma. La macchina quella la intester a uno di voi due..."
"A me" precede Cesare.
" meglio a tutti e due, no?" corregge la ragazza.
Il sorriso del dottore  infinitamente comprensivo:
"Sono piccoli dettagli sui quali spero vi accorderete facilmente. Bene, ragazzi, penso che potremmo rivederci domani mattina a una certa ora..." fa per alzarsi.
Ma Cesare lo trattiene per un braccio con energia forse eccessiva:
"Un momento, un momento, aspetta un attimo... Non ci hai ancora spiegato cosa dovremmo fare noi in cambio... cosa dobbiamo fare?"
"Benedetto il cielo, speravo d'essere stato molto chiaro..." sospira il dottore.
Sbuffa lievemente, per un istante sembra aver perso la sua gradevole serenit. Ma torna amabile e con tono accattivante:
"Dunque... tre volte alla settimana... ci accorderemo sui giorni, io escluderei sempre il sabato e la domenica... tre volte alla settimana io verr a farvi visita. Mi accomoder nel soggiorno attiguo alla vostra camera da letto. Da l, con un buon whisky che mi avrete offerto e che avr pagato io, attraverso un buco della serratura otto volte pi grande di quelli normali perch possa ammirarvi senza difficolt, assister ai vostri amplessi che mi auguro entusiasmanti... e sicuramente saranno entusiasmanti, da due giovani a posto come voi non c' che d'aspettarsi il meglio... Ogni seduta, mi pare ovvio, verr ricompensata generosamente. D'altra parte, quando penso a cosa costa oggi una poltrona a teatro!"
Nessuno dei due ragazzi s'illudeva che la proposta dell'individuo fosse meno turpe: avrebbero soltanto desiderato pi delicatezza, pi tatto.
Annamaria  la prima a ribellarsi:
"Adesso basta, piantiamola l. Siamo stati a sentirti anche troppo. Ma, tu, credi sul serio di poter comperare quello che vuoi con i soldi?"
"S" conferma il dottor Bianchi convinto e tranquillo.
Annamaria scatta rabbiosa dalla panchina:
"Stronzo di uno, per chi m'hai preso?"
"Per una brava ragazza".
Non c' nessuna ironia nella risposta.


2.

"Non dovremo parlarne con nessuno" si raccomanda Annamaria, guardando l'enorme buco della serratura.
"E con chi vorresti parlarne, amore, sei scema?" domanda Cesare di risposta.
"Quello che io non capisco  perch a lui piace guardare senza essere guardato. Non ti pare che  strano?"
"Che ti frega, non staremo mica l a sottilizzare sulle sue mane, no? Tanto a noi due cosa ci costa, amore? Anche se ci guarda ce ne sbattiamo, giusto? In fondo cosa ci rimettiamo? Niente, anzi. Certo che dev'essere un individuo pieno di soldi come un uovo. Cos'avr in banca quello l, tre miliardi? Per me di pi. Poi  stravagante, ma non  antipatico. Io sono convinto di una cosa, sono convinto che se riusciamo ad accontentarlo quello finisce che c'intesta l'appartamento. Vuoi scommettere?"
"Magari, amore, magari. Per, ti giuro che per me  stato molto difficile. Non so perch, forse perch era la prima volta. Anche se non lo vedevo materialmente lo sentivo: sapevo che lui stava l, dietro quella porta... non sono riuscita mai a concentrarmi...  la prima volta da quando facciamo l'amore che non ho provato niente... nessuna soddisfazione..."
Cesare l'abbraccia con tenerezza, con tenerezza le spiega:
"Ma non ha importanza amore, non ha nessunissima importanza. Quando lo facciamo di fronte a lui non dobbiamo pensare che stiamo facendo l'amore: dobbiamo metterci in mente che stiamo facendo un lavoro, un normale lavoro. Come andare in ufficio o in fabbrica o al negozio:  pi o meno uguale. Lui per noi  un datore di lavoro. Anzi, no, un cliente:  un cliente e basta. Magari un cliente capriccioso, con le sue esigenze. Ce n' cos di clienti capricciosi, bisogna saperli trattare, chiedilo a chi ci ha un negozio o un ristorante. Vedrai, amore... sono convinto che, dopo un po' di tempo, se ci sappiamo fare c'intesta l'appartamento".
La porta, un lieve carillon.  l'individuo. S'affaccia appena, un sorriso benevolo:
"Bravi, vorrei che pensaste a me come a un benefattore. Ciao, ragazzi, a dopodomani".


3

"Una cosa vorrei proprio sapere, Annamaria".
"Che cosa?"
"Ma verr per me o per te?"
" quello che mi sono chiesta anch'io, amore. Senti, se gli chiedessimo di regalarci un registratore? Cos possiamo registrare la tiv quando siamo fuori".
"Aspetta, Annamaria. Non chiediamogli troppa roba, siamo appena agli inizi. Una cosa alla volta, ci ha gi riempito la casa. Sar maniaco, ma  generoso. Comunque, secondo me viene per te".
Lei non riesce a rinunciare a un'espressione (legittima forse) d'innocente vanit:
"E perch proprio per me?"
"Ma perch sei donna".
"E cosa c'entra. Potrebbero piacergli gli uomini. Potresti piacergli tu".
Cesare insegue l'ipotesi vagamente compiaciuto. Poi l'annulla:
"No, non credo: non mi sembra il tipo. Per bisogna che tentiamo di saperlo con precisione".
"E come, amore? Ogni volta che gli facciamo una domanda si chiude a riccio. Ho idea che si scocci. La sai una cosa, Cesare?"
"Dimmi..."
"Sono riuscita a godere. Come se lui non fosse stato l dietro. L'ho dimenticato. Mi sono concentrata e mi sembrava che fosse come quando lo facciamo noi due da soli.  stato bello".
"A poco a poco ci si abitua a tutto. Senti, Annamaria, sai cosa dobbiamo fare per conoscere esattamente le sue preferenze?"
"Ma a noi, in fondo, cosa ce ne frega delle sue preferenze? Visto che gli va bene cos: viene, guarda, se ne va... e ogni volta ci porta un regalino..."
"Lo so, Anna, ma se riusciamo a scoprire il suo autentico lato debole lo incastriamo. Dai retta a me: dopodomani io esco e tu ti fai trovare qua sola. Cerca di essere un po'... hai capito, no? Devi essere al top delle tue possibilit. Cos vediamo lui come si comporta. E, se per caso non attacca con te, la volta dopo esci tu e rimango qua io..."


4.

Seduti sul divano l'uno accanto all'altra i due giovani lo stanno ascoltando con facce mortificate. Il dottor Bianchi passeggia su e gi per il soggiorno e parla con un tono nonostante tutto amabile:
"Per carit, ragazzi, non dico che la vostra curiosit non sia umanamente comprensibile, ma  del tutto fuori posto: patetica, ridicola. Farmi trovare Annamaria da sola. Che si muoveva come una zingara. Eppoi Cesare da solo: un bagnino sembrava. Che cosa penosa. Dio mio, che tristezza. Non si pu essere cos superficiali..."
"Ma, vedi, noi..." tenta Cesare, "noi non avevamo nessuna intenzione di... come hai detto tu prima,  stata solo curiosit..."
Lo zittisce, alzando un braccio e riprende con quieta amabilit:
" chiaro che se io avessi desiderato una donna avrei chiesto semplicemente una donna. E se avessi desiderato un uomo avrei chiesto un uomo. Ma io desidero la coppia. Per cui, anche se posso giustificare la vostra curiosit e i vostri singolari tentativi d'indagare sulle mie preferenze, disapprovo e l'una e gli altri. Il vostro comportamento, troppo candido e nello stesso tempo troppo sfacciato, ha fortemente diminuito l'interesse che nutrivo verso di voi.  probabile che sia io che voi si abbia bisogno di una pausa. Salteremo la prossima settimana".


5.

 una di quelle notti d'autunno. Pioggia in arrivo, profumo di foglie marce. Annamaria e Cesare hanno gi tirato fuori il plaid scozzese.
"Ormai credo che non verr proprio pi" sospira lei. "Aveva detto una settimana, son gi passati due mesi..."
"Non  detto, chiss: forse ce lo vediamo piombare qua da un momento all'altro" replica lui per consolarla. "Quei tipi l sono fatti a modo loro, sono balordi..."
Annamaria s'aggiusta il cuscino dietro la testa.
"Sai, amore, ormai m'ero abituata a lui..."
Cesare le passa una mano fra i capelli con dolcezza:
"Lo so, Anna, ti capisco. Mi ci ero abituato anch'io".
"Guardo la porta, c' il buio, ma so che lui non c'.  un senso come di vuoto".
"Provo anch'io come te, le stesse sensazioni".
Anna si tira su:
"Non sar mica morto, vero?"
"Ma no, amore, cosa dici, cosa ti salta in mente? Dai, cerchiamo di dormire adesso: spegni".
"Cesare..."
"Eh?"
"Ma tu credi che non riusciremo proprio pi a far l'amore, senza di lui?"



UNA PREPOTENZA E UNA VERGOGNA

La signora Liliana stava fissando con indignazione l'asciugamano disteso sulla sabbia davanti alla sua sdraio. Era un asciugamano di spugna sul cui fondo blu mare spiccavano, stampati in giallo, piccole ancore, piccoli salvagenti, minuscoli polipi e alcuni pesciolini che avrebbero potuto essere delle triglie. C'erano anche, in fondo, prima dell'orlatura, tre linee ondulate a rappresentare presumibilmente le onde del Mediterraneo o forse dell'Atlantico o chiss di qualsiasi altro mare o oceano o magari anche semplicemente di un qualche lago. Polipi e triglie, onde marine o lacustri che fossero, la signora Liliana continuava a fissarli con l'indignazione pi rabbiosa.
" di uno che non si sa chi sia" spieg nervosamente alla signora Gabriella, sua vicina di cabina e di sdraio.
La signora Gabriella che aveva fissato anche lei l'asciugamano, sebbene con insistenza e acredine minori, non disse niente, ma s'affrett a fare un'espressione che era un misto di riprovazione per l'asciugamano stesso e di solidariet verso la signora Liliana.
Cos questa, preso atto e del silenzio e dell'espressione dell'altra, si sent incoraggiata a proseguire:
" venuto qui anche ieri" rivel e pronunci quel ieri con forza, come avrebbe potuto pronunciare una data solenne, il 2 giugno o il 2 novembre o, fosse stata francese, il 14 luglio.
La signora Gabriella stavolta cap che non poteva davvero esimersi dall'intervenire. Cerc forse di guadagnare un po' di tempo chiamando ripetute volte con strilli perforanti uno dei suoi bambini che s'attardavano in acqua:
"Christian!... Christian, basta, esci subito,  un'ora che sei dentro!"
Poi, visto che l'invocato Christian si guardava bene dal darle ascolto, chiese alla vicina, indicando l'asciugamano:
"Ma non si sa chi ?"
"Se te l'ho appena detto, che non so niente. N chi  n da dove viene!" sbott la signora Liliana. " uno che entra cos, paga solo l'ingresso, duemila lire, pensa. Non prende n la cabina n la sdraio n l'ombrellone. Viene qua, mette il suo asciugamano davanti alle nostre sdraio, prende il sole, fa il bagno, tale e quale a noi che abbiamo l'abbonamento. Si ferma qua tutto il tempo che vuole..."
" una vergogna" ammise la signora Gabriella. "Non dovrebbe essere permesso a chi non ha fatto l'abbonamento per tutto il mese".
"Io l'ho fatto dal marzo scorso" precis l'altra, "ho telefonato ai primi di marzo per cabina, ombrellone e due sdraio per me e il Vittorio. Mi sono tanto raccomandata che ci dessero un posto tranquillo. Poi, guarda, ecco che ti lasciano entrare il primo che capita, che vien qua con duemila lire e ci stende il suo asciugamano sotto al naso. Ma l'anno prossimo non ci casco pi. Non so ancora dove andremo, ma qua non ci torno di sicuro,  diventato troppo un carnaio. Finisce che andiamo anche noi in Grecia come tanti nostri amici, cos questi qua imparano".
La signora Gabriella che aveva approvato per intero la vibrante protesta della vicina con continui assensi del capo, con degli "eh" e con dei "giusto" mormorati a voce bassissima in modo che non potessero dar fastidio, riprese a strillare:
"Christian!... Ti ho detto che adesso basta! Vieni fuori subito! Subito, hai capito?"
Poi, badando al figliolo ancor meno di quanto questi badasse a lei, disse:
"Ma te l'ho raccontato cos' capitato domenica a quella signora di Parma? Quella piccolina con la cicatrice che sta alla Pensione Ippocampo, che era qui anche l'anno scorso col marito, ti ricordi? Quest'anno lui viene qui solo per il week-end. Beh, domenica entra qua al Lido, appunto col marito, e trova che la sua sdraio  stata presa da una mai vista..."
"Ma non c'era il cartellino?" chiese la signora Liliana, stupefatta.
"Certo che c'era, c'era il suo bel cartellino con su tanto di nome, legato alla spalliera, ma niente, glielo hanno staccato e le han preso la sdraio!"
"Io avrei chiamato la polizia" dichiar la signora Liliana con fermezza.
"Anch'io. Invece, lei ha voluto chiamare il bagnino, cos ha perso un'ora buona, perch il bagnino come al solito chiss dov'era. Poi, quando finalmente  riuscita a trovarlo, lui  andato l per riprendergliela, ma non c' stato niente da fare: la tizia aveva la sua bella contromarca, pagata regolarmente, gliel'avevano data alla cassa, perch la cassiera non s'era accorta che sdraio e lettini erano esauriti. Cos la tizia s' presa la prima sdraio che le  capitata. Morale, la signora di Parma poveretta ha passato tutta la domenica senza la sua sdraio, strapagata. Tu dimmi se  possibile, se non  una vergogna..."
La signora Liliana stava per risponderle e l'avrebbe fatto con grande autorit ed esperienza, ma si azzitt di colpo, perch era arrivato, proprio in quel momento, il proprietario dell'asciugamano blu.
Lo guardarono entrambe con grande diffidenza, interessate a ogni suo movimento. Era un uomo sui quaranta, piuttosto grosso e peloso. Pi tardi le due signore si sarebbero confidate che aveva un aspetto decisamente antipatico. L'uomo era appena uscito dall'acqua e ignorandole si distese sull'asciugamano, al sole, chiudendo gli occhi.
La sua testa mezza pelata sfiorava i piedi della signora Liliana. Questa, l'espressione non lasciava dubbi, avrebbe avuto una gran voglia di dargli un calcio sul cranio o di schiacciarglielo come avrebbe potuto fare, senza avere noie, con un insetto molesto. Si dovette invece limitare a ritirare i suoi piedi di qualche centimetro e lo fece con la massima ostentazione, sbuffando pi volte sarcasticamente.
"Guarda" la richiam la signora Gabriella, indicandole un'imbarcazione che stava arrivando in prossimit della riva, " la barca dell'altro giorno".
"Ecco, benone. Adesso verranno anche loro a fare il bagno qui" disse la signora Liliana con amarezza, sbuffando un'altra volta. "Non dovrebbe essere permesso".
" una vergogna" si lament la signora Gabriella, "una vera vergogna".



NUOVO EPISODIO CON IL DOTTOR GAMUCCI,
IL PROFESSOR MANTICA,
IL DOTTOR SALLUZZO E ALTRI

Il lavabo di uno dei gabinetti dei settimo piano perdeva. Non moltissimo, ma con regolarit: dal tubo di sotto cadevano gocce a distanza di circa dieci-quindici secondi l'una dall'altra. Il dottor Gamucci, promosso da qualche giorno capostruttura dell'Ente Televisivo Nazionale, guard il lavabo a lungo, lo tast, si chin in ginocchio a tastare anche il tubo sottostante che era leggermente arrugginito e rivolto ai suoi collaboratori disse:
"Secondo me, perde".
Il dottor Vogliotti del settore Musica Leggera s'inginocchi anche lui per sincerarsi bene: fece scorrere la mano lungo tutto il tubo, la ritrasse e mostrando la palma aperta su cui erano cadute due gocce d'acqua disse convinto:
"S".
Il dottor Salluzzo della segreteria del dottor Gamucci continuava a tacere, fissando pensoso e il lavabo e i colleghi. Finalmente, rivolgendosi un po' a tutti, ma in special modo al dottor Gamucci, disse:
"Bisogner chiamare un idraulico".
Tutti quanti i dirigenti convenuti nel gabinetto del settimo piano fecero s con la testa. Seguirono alcuni millenni di silenzio e di disagio durante i quali si sentivano soltanto i cik! delle gocce che cadevano sul pavimento di piastrelle azzurre. Poi il dottor Salluzzo ripet:
"Bisogner proprio chiamare un idraulico".
"Purtroppo" gli rispose il dottor Carpiletti del settore Giornalistico, "in questo momento credo che non ci siano idraulici socialisti".
Il dottor Gamucci ebbe un'espressione d'impazienza:
"Sei sicuro?" chiese.
Il dottor Carpiletti scosse la testa, a significare affermazione anzich negazione, e allarg le braccia:
"Eh, s" conferm, "idraulici socialisti in questo momento non ne abbiamo sottomano".
"E allora cosa si fa?" chiese preoccupato il dottor Vogliotti.
Nessuno gli rispose. Dal tubo di sotto al lavabo le gocce continuavano a cadere con regolarit, stringendo i tempi: la distanza di dieci-quindici secondi s'era ridotta a cinque-sei.
"Si potrebbe chiamare Boldetti che  un bravo idraulico. A suo tempo aveva messo a posto anche i bagni della villa del povero dottor Abruzzesi" propose il professor Mantica, vicecapostruttura, anche lui promosso da poco, "ma  dell'area comunista".
"No, no" rispose il dottor Gamucci deciso, "allora  meglio Fantini.  democristiano".
"S, ma non  idraulico" replic il professor Mantica.
"Per  elettricista" chiar il dottor Gamucci, "un ottimo elettricista. Lo abbiamo chiamato in occasione dell'ultimo cortocircuito, tre mesi fa. Democristiano della corrente Stecchi".
"Sei sicuro?" gli chiese il dottor Panzini del settore Sport.
"Sicurissimo. Democristiano corrente Stecchi" conferm il dottor Gamucci.
"No, volevo dire se siamo sicuri che sia un ottimo elettricista" precis il dottor Panzini.
"Ragazzi" intervenne il quasi dottor Godetti del settore Giovani e Rock, "qui non ci vuole un elettricista. Ci vuole un idraulico".
"Socialista" ricord il professor Mantica, "un idraulico socialista".
"Calma, signori, non parlate tutti in una volta per favore. Dopotutto, fra un idraulico e un elettricista non c' poi questa gran differenza" borbott il dottor Gamucci, "e Fantini  una persona di cui ci si pu fidare. Il padre  stato un valoroso partigiano e lui stesso per un certo periodo era molto vicino alle nostre posizioni. Non so esattamente come sia finito tra i democristiani, sar successo qualcosa a livello di assessorato regionale. Posso parlargli io".
Dal tubo adesso non scendevano pi gocce. Scendeva un allegro fresco zampillo, un getto di fontana che portava una nota di irriverente gaiezza.
Gli altri dirigenti non sembravano troppo convinti della candidatura Fantini.
"Ci sarebbe il vecchio Bormiglia" propose il dottor Carpiletti, " un socialdemocratico".
"Ma  idraulico?" domand il dottor Salluzzo.
"Non a tempo pieno. Ha fatto l'idraulico per un certo periodo negli Anni Cinquanta. Poi ha messo su una boutique. Per conserva sempre la vecchia passione e ogni tanto non resiste e qualche rubinetto lo aggiusta ancora. La mano  quella di una volta, ve lo assicuro. Se volete, io ho qua il numero di telefono".
"Al tempo, Roberto, non precipitiamo le cose" replico il dottor Gamucci, "di socialdemocratici abbiamo gi ingaggiato la Rosa, la donna delle pulizie".
"Ma non era liberale?" domand stupito il professor Mantica.
"No, liberale  il marito, quello che fa il regista alla radio, che prima faceva il bagnino a Cattolica".
L'acqua, assecondando stereotipi narrativi, continua a salire.
I dirigenti si trovavano, ormai, anche qui secondo tradizione, immersi fino al collo.
"Secondo me perde molto" osserv il quasi dottor Godetti, guardando il tubo.
"Bisognerebbe fare qualcosa" disse il professor Mantica.
"Eh, s, hai ragione, bisogna proprio che facciamo qualcosa" gli rispose il dottor Gamucci che si era messo a fare il morto.
Poi, con poche vigorose bracciate, ognuno raggiunse il proprio ufficio.
Fradici, ma sereni, tornarono a sedersi dietro le loro scrivanie.
"Ho fatto veramente una bella nuotata stamattina" disse il dottor Panzini alla segretaria che era entrata a rana per fargli firmare delle carte bagnate.



L'INDISCIPLINA DEL RAGIONIER TANZELLA

1.

Come sempre, appena il carillon della sveglia ha finito di suonare, si rammarica di non averne una diversa, una sveglia di sua invenzione, molto personalizzata. Dovrebbe consistere in una manina di velluto che si posa sulla fronte, soffermandosi ad accarezzarla con delicatezza fino a svegliarlo. Nome del modello: "Miciona". Miciona ti sveglia come meriti.
Con la faccia insaponata accende il gas sotto alla napoletana gi pronta sul fornello. Il caff gli piace berlo da rasato. Un momento prima, spalmandosi di dopobarba si era spiato allo specchio: "Dio che faccia. Che occhiaie. Una maschera".
Rapidamente fa quello che fa tutte le mattine: vestirsi, accendere la segreteria telefonica, chiudere la porta di casa a tripla mandata, le scale a piedi fan bene alla salute, sollevare la saracinesca del box ma non troppo, altrimenti si fatica per ritirarla gi, scaldare il motore della macchina, e le vie della citt fino alla ditta, parcheggiare nello spazio riservato ai dipendenti, rispondere buongiorno al custode (non s' accorto che oggi il custode non c'), l'ascensore, adesso il suo ufficio, la sua scrivania: si siede. Per poco: la Cambiaghi lo chiama al citofono:
"Ragionier Tanzella, la vuole il presidente".
Si alza gi spazientito. Ha pochissima voglia di subire il Celotti in prima mattinata. Quel rompicoglioni insopportabile. Quello spaccaminchie.
Attraversa i corridoi. Vuoti. Normalmente c' sempre qualcuno che passa per andare da un ufficio all'altro o al cesso, qualche usciere qualche segretaria, qualche collega o gruppetti di funzionari fermi a parlottare fra loro. Stamattina corridoi deserti, ma non ci fa caso. Bussa alla porta del principale:
"Avanti".
Seduto dietro al suo tavolo Celotti non gli si offre alla vista, il giornale che tiene ostentatamente spiegato davanti a s lo copre tutto.
"Buongiorno, presidente... mi ha fatto chiamare..."  costretto a dire alle pagine del giornale.
"Ah, s, ragioniere, bravo, si accomodi. Finisco di leggere qua un momento. Si accomodi, intanto, si sieda".
Sapeva che appena entrato nell'ufficio dello spaccamarroni si sarebbe subito trovato a disagio.  sempre stato cos, da anni. In un modo o nell'altro quell'onnipotente rompiballe del Celotti trova il sistema di far sentire a disagio i suoi dipendenti. Una volta era la finestra spalancata in pieno gennaio con la scusa che doveva andar via un terribile puzzo non identificato: e mentre lui e il geometra Salvi balbettavano dal freddo, lo spaccaminchie stava l in pelliccia e colbacco a impartire disposizioni. Un'altra volta aveva mandato a chiamare la signora Manzini e quella appena entrata se l'era visto sdraiato sul divano a culone scoperto che si stava facendo fare un'iniezione dalla Cambiaghi. Sfidava i pettegolezzi, se ne sbatteva completamente. Spesso quando intratteneva qualcuno nel suo ufficio si concedeva rutti e scoregge di cui simulava la casualit, ma tutti i dipendenti, dall'usciere al vicepresidente dottor Palumbo, erano sicurissimi che li sprigionava ad arte.
Tanzella s' seduto in poltrona rassegnato. Considerati i precedenti, aspettare che il rompicoglioni finisca di leggere il giornale non  nemmeno cos grave.
"L'ho mandata a chiamare, ragioner Tanzella, perch mi sono convinto che lei  la persona adatta. Lei  scapolo,  ancora abbastanza giovane,  appassionato di sci e di nuoto, gioca a tennis, so che la domenica va a vedere le partite... eppoi  un uomo sempre informato. Credo che lei sia esattamente la persona che ci vuole per riorganizzare il nostro gruppo sportivo. Cos com' adesso non si pu pi andare avanti. Sono stufo. Se si dovesse ancora andare avanti cos, dico la verit che preferirei scioglierlo".
Celotti ha smesso di parlare. Si tiene sempre il giornale ben spiegato davanti e aspetta che il ragioniere replichi qualcosa.
"La ringrazio d'aver pensato a me, presidente.  un incarico che m'interessa molto... cercher di fare del mio meglio per ripagare la sua fiducia... la sua attenzione... Io credo che si possa fare qualcosa... mi sembra che ci sia lo spazio per pensare a una ristrutturazione..."
Celotti non risponde. Alcuni lunghi secondi. Poi abbassa il giornale e sorride:
"Ne sono certo, ragioniere, ne sono certissimo".
Adesso Tanzella pu vedere bene il suo principale. Celotti  vestito da pirata. Ha una benda nera sull'occhio sinistro, l'uncino al posto della mano destra, un gran fazzolettone rosso attorno alla testa, una grossa vecchia pistola infilata nella fascia anche questa rossa che gli tiene su i calzoni e ancora tutti gli altri oggetti di vestiario e gli ornamenti indispensabili ai pirati. Tanzella guarda instupidito il presidente e non riesce a organizzarsi un rapido comportamento.
"Beh, cosa c', ragioniere, perch rimane l fisso a guardarmi come uno gnocco? Qualcosa che non va?" chiede il pirata.
"No, no, no, niente..." reagisce finalmente. "Molto spiritoso... sul serio, proprio spiritoso... spiritosissimo..."
Il capo reagisce infastidito:
"Cosa dice? Spiritosissimo cosa?"
A Tanzella rimane il tentativo di un risolino spaesato:
"Beh... il suo costume...  spiritoso... molto spiritoso..."
 investito da un'occhiata gelida:
"Quale costume, cosa sta dicendo?"
"Il costume... il costume da pirata, presidente...  molto... molto bello... divertente... Complimenti.  antico?"
Il Celotti non fa concessioni. Impassibile:
"Non riesco a capire che cosa le ha preso, ragioniere. Cosa farfuglia? Non si sente bene? Vuole un goccio d'acqua?"
"No, no, grazie... Sto benissimo, presidente... grazie..." il sorriso di Tanzella  disperato.
"Meno male. Allora vada, vada, non mi faccia perdere tempo. Torni nel suo ufficio da bravo. E pensi alla riorganizzazione del gruppo sportivo. Mi butti gi uno schemino. Me lo faccia avere fra due giorni. Arrivederla, Tanzella. Guardi che al gruppo sportivo ci tengo. Voglio che se ne occupi seriamente".
"Me ne occuper, presidente, grazie. Arrivederla. Mi scusi".


2.

Maledetto scassapalle. Il pirata, s' messo a fare il pirata. Il corridoio non  pi vuoto come prima. L in fondo, davanti alla porta dei cessi, anche se girati di spalle ha riconosciuto tre colleghi. Li chiama a bassa voce:
"Ardolini!... Pavesio... Restelli!" e s'affretta verso di loro.
Hanno sentito, si voltano. Ardolini ha un grossolano nasone di cartapesta con baffi e occhiali, una maglietta a strisce blu e arancione sotto la giacca nera e striminzita, un girasole all'occhiello e i pantaloni del tight molto larghi e molto corti lasciano vedere calze a righe gialle e verdi, le scarpacce sono scalcagnate: forse  un clown. Pavesio col completo di velluto viola, il gilet, la camicia coi pizzi e basette barbetta baffi biondi e fintissimi  un gentiluomo, forse dell'Ottocento, forse chiss. Restelli  un Otello di fantasia, con la faccia spalmata di crema abbronzante, il rossetto, l'orecchino, ma la pelata al posto dei riccioli neri. Visti di spalle, in fondo al corridoio, a Tanzella erano sembrati vestiti come tutti i giorni. Gli altri giorni.
"Ciao, Tanzella" uno dei tre l'ha salutato. Forse Ardolini forse Pavesio forse Otello forse sono stati tutti e tre assieme all'unisono:  troppo scombuiato per realizzare con calma.
"Ma che succede oggi, cosa significa questa carnevalata?" grida.
I tre lo guardano sorpresi, con disapprovazione.
"Quale carnevalata, Tanzella?" chiede Pavesio.
Tanzella adesso sorride: ormai ha capito.  uno scherzo, si son messi d'accordo tra loro per combinargli il casino. Sar stato lo stesso principale a suggerirlo. Che rompicoglioni. Chiaro che  stato lui. Spirito da impiegati, umorismo d'azienda. Incurabili divoratori di barzellette. Non riuscirete mai a essere veramente spiritosi. L'humour anglosassone  tutta un'altra cosa.
"Chi  che ha organizzato questa bella festa mascherata?" domanda sarcastico.
Il dottor Ardolini, il dottor Pavesio, il dottor Restelli si scambiano occhiate. Tornano a guardarlo, ma non  pi disapprovazione.  compatimento.
" stata un'idea del presidente?" insiste lui, ancora sorridendo.
"Che idea?" fa Restelli.
Tanzella si mette a ridere.
"Okay, cadiamo dalle nuvole. Tu, per, cadi malamente Restelli... Madonna come siete maldestri, come siete rozzi, imbranati come bestie! Come fingete da dilettanti! Va bene, va bene: divertitevi. Continuate pure a giocare!"
"Ma che c'hai stamattina Tanzella?" gli chiede Ardolini.
E Pavesio:
"Ti sei alzato storto? Sei un po' nervoso".
S'allontana ridacchiando:
"S, s, sono nervoso. Sono nervoso, perch non ho ancora trovato il costume giusto. Ma lo trover anch'io, state calmini, ci potete contare, imbecilli".
Rientra nel suo ufficio, si siede alla scrivania, apre un cassetto, tira fuori uno specchio con la cornice di plastica, si scruta attento: certo, adesso un po' nervoso lo  sul serio. Lo  diventato. Prima no, prima di vedere quel rompicoglioni vestito da pirata, era tranquillissimo. E i tre buffoni. Succubi. Ignobili. Miserabili pagliacci. Pagliacci d'azienda. Che malinconia dover assistere alle quotidiane rappresentazioni della demenza trionfante. Staranno sghignazzando alle sue spalle. Poveretti, si divertono con poco.


3.

Di colpo si alza, spalanca la porta e spia. S, come no, eccoli: sono ancora l tutti e tre e chiacchierano. Imbecilli. Quanto inutile accanimento per un giochino talmente scoperto. Basta, mettiamoci a far qualcosa altrimenti con queste cazzate va via tutta la mattinata. Ripone lo specchio nel cassetto e citofona alla segretaria:
"Signora Oriani, venga per favore".
Eccola, la vecchia Oriani.  vestita da cavallerizza. Cavallerizza da circo, col tut bianco plissettato, il corsetto damascato, gli stivaletti con fregi, il frustino. Tanzella la osserva pensieroso. C' qualche attimo di smarrimento. In silenzio scruta la vecchia Oriani. La vecchia Oriani che  qui da vent'anni e sta per andare in pensione. Appoggia le braccia sul tavolo, poi la testa sulle braccia.
"Si sente poco bene, dottore?" la Oriani  affettuosa come sempre.
Si alza, picchia un gran pugno sulla scrivania:
"Eh, no, Cristo, non  un'allucinazione! Non  un'allucinazione, signora Oriani! E che non  un'allucinazione sa da che cosa l'ho capito? L'ho capito dal fatto che lei ossequiosa e servile mi ha ancora una volta chiamato dottore, pur sapendo perfettamente, maledizione! C' scritto anche fuori dalla porta: ragioniere! sono ragioniere!... Queste leccate di culo non avvengono quando uno ha le allucinazioni!"
Riflette un momento, poi:
"O avvengono ugualmente?" si domanda confuso. "Avvengono secondo lei, signora Oriani, o no?"
"Ma, ragioniere, non capisco..."
"Eh, no, cara Oriani, lei capisce, lei adesso mi capisce. Da quanti anni lavora con me in questa schifosa ditta?"
"Non dica cos, la prego..."
"Schifosa, s, schifosa. Da quanti anni lei  con me in quest'ufficio di merda?"
"Da sei anni, dottore..."
"Ragioniere! Ragioniere, Annabella, ragioniere!"
"Mi scusi, ragioniere. Per, per cortesia, non alzi la voce, perch mi comunica la sua inquietudine. Non realizzo pi niente".
"Va bene, okay, d'accordo: terr la voce bassissima. Normalissima. Voce bassa. Va bene cos,  bassa abbastanza? E allora, sputi fuori, Oriani. Sono sei anni che lei lavora con me, vero? Sei anni che lei  la mia segretaria, vero?"
"S, ma..."
"No, no, non alzo la voce, non alzo la voce. E in questi sei luridissimi anni quante volte lei si  presentata qua in ufficio vestita cos? Avanti, forza, me lo dica... Coraggio, me lo dica!"
"Vestita cos come, dottore?"
"Oriani, cerchiamo di essere razionali. Tiriamo un rapido preciso bilancio. Sono le dieci e mezza di mattina, okay? Io non sono ubriaco, non ho preso allucinogeni, il presidente  vestito da pirata e lei da cavallerizza. Perch?"
"Non le piace il mio vestito?"
"Alt. Alt, Oriani. Non  questo il punto. Che mi piaccia o non mi piaccia il suo ridicolo costume da cavallerizza non ha nessuna importanza. Chiaro? Io desidero sapere... anzi voglio, pretendo, esigo di sapere chi l'ha costretta a indossarlo. Cio, quale macchinazione... insomma, Annabella, perch s' conciata in quel modo? Le sembra normale, Cristo!? Di chi  l'idea? Andiamo, forza, fuori, sputi tutto: di chi  l'idea? Chi  stato, lo spaccaminchie?  sua l'idea, vero?"
"Se non le piace... se non le piace, non lo metter mai pi..." sbiascica Annabella, rovinando in lacrime e scappa di l nel suo ufficietto.
Per qualche secondo lui rimane seduto. Il braccio sinistro penzoloni, il gomito del destro puntato sulla scrivania. Con la mano si tormenta labbra e naso. Guarda verso la finestra. Sembrerebbe un uomo sopraffatto, indeciso tra accoratezza, perplessit, rassegnazione. Ma attenzione, adesso si risveglia. Risorge rabbioso, si precipita fuori della stanza.
Nei corridoi, per le scale che scende a salti incontra il ragionier De Falco leggiadro pierrot, la dottoressa Pogliani audace Maria Antonietta, l'usciere Bertini saraceno, la Cambiaghi improbabile odalisca e una folla di moschettieri di cardinali di crociati di pulzelle d'Orlans di ussari e di guerrieri tartari, vandali, unni, svevi, di sigaraie andaluse e damine veneziane e il geometra Salvi Mangiafuoco, il cassiere Raimondi don Basilio e la signora Manzini indegnamente grande Caterina. Giovanni il custode del parcheggio risponde alle sue cinquecento lire togliendosi la feluca da ammiraglio.


4.

A casa Tanzella apre l'armadio e comincia a buttar sul letto tutti gli abiti che ci sono, alla tormentata inutile ricerca di qualcosa che assomigli, almeno alla lontana, a un costume.
Davanti allo specchio prova le due giacche di velluto, le magliette di stile esotico, i pantaloni bicolori a zampa d'elefante, il guru indiano, la giubba cinomilitare: capi che furono temerari in certe lontane sere d'estate al mare e in montagna, ma che sono ormai rancidi doppipetti blu paragonati ai costumi del carnevale aziendale.
Si butta sull'elenco telefonico, rintraccia una sartoria teatrale. Via, prima che chiudano. La padrona quarantenne gli offre sorrisi, consigli, cortesie, immaginazioni:
"In affitto? Le lo vuole in affitto? Non le interessa comperarlo? Se fossi in lei lo comprerei".
"Preferirei affittarlo".
"S, s, capisco. Per, un costume in affitto uno non lo porta mai con quella disinvoltura con cui si portano i costumi propri.  capitato anche a me d'indossare, sa per qualche serata unica, un costume a nolo... mi sentivo legata, impacciata...  successo anni fa, adesso naturalmente non mi succederebbe pi. Per quanti giorni vorrebbe affittarlo, lei?"
"Purtroppo, questo non glielo so dire con esattezza. Credo per un giorno o due. Non so quanto hanno intenzione di farla durare quella stupida pagliacciata".
"Che pagliacciata?"
"No, niente, una pagliacciata".
"Credevo che si trattasse di una recita per beneficenza o qualche ballo in casa di qualcuno. Ne fanno moltissimi di balli in costume in questo periodo. Anche di recite, per. Allora vuole affittarlo. Per fortuna che non ha preferenze e che si accontenta di un costume qualsiasi, perch della sua taglia in questo momento ne abbiamo disponibili solo tre. Il pellerossa, il gondoliere e l'eunuco".
"Senz'altro il pellerossa".
"L'eunuco  molto bello, sa".
"Preferisco il pellerossa".
"Ho paura che le stia un po' largo il pellerossa. Caso mai glielo stringiamo. Anche il gondoliere  interessante".
"S, ma penso che il pellerossa sia l'ideale".
"Non so, per me io la vedevo bene da eunuco.  un costume ricco, curato in tutti i dettagli".
"Prendo il pellerossa".
"D'accordo, come vuole. Un attimo che glielo vado a prendere, cos se lo prova. Sar da stirare".
 spiegazzato, infatti. E anche un po' largo, ma non ha importanza: per quel che deve servire, fa la sua grottesca figura. Il copricapo irto di penne colorate gli arriva appena appena alle anche, sarebbe stato pi giusto che arrivasse fin quasi ai piedi. Ai grandi capi Sioux arriva quasi ai piedi. Fa niente.
"Quanto viene, signora?"
"Sono sessantamila al giorno, per dovrebbe lasciarmi un piccolo deposito di centomila. Nel prezzo  compreso anche il tomavak".
"Che cosa, che cos'?"
"Il tomavak" sorride, "l'ascia di guerra tipica delle trib pellirosse.  in compensato, verniciato in tre tinte".
Si rivolge a una commessa in grembiulone nero che ostenta insopportabili atteggiamenti da vittima:
"Cinzia, vai su a prendermi un tomavak. Sono nel baule verde".
Cinzia fa capire che ritiene quell'ordine una grande umiliazione e sale le scale molto addolorata.
Tanzella ha firmato l'assegno:
"Ecco, non l'ho intestato. A chi lo intesto?"
"Non importa. Si faccia vedere un momento..." gli aggiusta addosso il costume, gli calca in testa il copricapo pennuto, "s...  solo un po' largo... Non vuole provare anche l'eunuco?"
"No, grazie, questo va benissimo".
"Eppure, guardi che l'eunuco a lei starebbe molto bene, sa.  la sua misura".
"Non importa, prendo questo".
"Come vuole. Se lo tolga, che le faccio un pacco. Glielo metto in una borsa?"
"Grazie, lo tengo su".
La cortese signora blocca l'espressione sorridente.
"Lo tiene su?" chiede.
"S, s, non importa. Ho un po' di fretta".
Cinzia addolorata  arrivata col tomavak. La padrona prende una borsa di cartone, c'infila il vestito grigio di Tanzella e ci mette dentro anche l'ascia di guerra.
"Ma non si toglie nemmeno le penne?" domanda e con fatica ritorna a sorridere: "Dove deve andare cos di corsa?"
"In ditta. No, in ditta non faccio pi a tempo,  gi mezzogiorno e mezzo. Ci andr alle due".
"Scusi, che ditta  la sua?" chiede la signora.
"Esportazioni importazioni. Export import. Non importa. Grazie, signora, glielo riporto appena non mi serve pi. Arrivederla".


5.

Alle due meno un quarto  gi in ufficio. Avrebbe potuto arrivare anche prima, se un assurdo vigile non lo avesse fermato per fargli mille assurde domande. A casa, con un turacciolo bruciacchiato e un pennarello rosso, si  decorato fronte e zigomi come ricordava d'aver fatto qualche rara volta da ragazzo. Emozionatissimo, poi davanti allo specchio del bagno e finalmente il sollievo: che stupendo sioux.
Il citofono. Speriamo che sia la Cambiaghi.  lei,  lei come stamattina:  desiderato subito dal presidente. Corre. I corridoi nuovamente deserti. Un gran sorriso d'esultanza nel ritrovare lo spaccamarroni nell'identica posizione del mattino: seduto dietro alla scrivania interamente nascosto dal giornale bene aperto.
"Si accomodi, ragioniere".
No, Tanzella non s'accomoda.
"Grazie presidente. Preferisco stare in piedi".
La voce  ferma, autoritaria. Naturale: in piedi il costume con tutte le sue penne risalter di pi.
Il giornale s'abbassa come previsto, come smaniava.
Il Celotti  vestito di scuro, monopetto grigioferro, camicia bianca, cravatta blu a pois celesti, fazzoletto bianco che spunta appena appena dal taschino della giacca.
Osserva Tanzella con curiosit:
"Augh, ragioniere. Che succede,  diventato matto?"
Lui fissa il principale con gli occhi lontani dalla faccia e sta per dire qualcosa. Riesce solo a sussurrare:
"Chi, io?".
"E chi, io?" ribatte ironico Celotti.
Poi s'attacca all'apparecchio, schiaccia il tasto e convoca tutti. Quasi subito, un po' alla volta, entrano Restelli, Salvi, De Falco, Raimondi, la Manzini, la vecchia Oriani, Bertini, Pavesio, Ardolini, tutti gli effettivi della ditta con i loro corretti abiti di sempre.
Osservano il ragionier Tanzella come degli impiegati d'azienda osserverebbero un loro collega che si trovasse nell'ufficio del presidente vestito e truccato da pellerossa.
Lui amerebbe che il suo sconcerto non fosse troppo visibile. Lo  invece. Fa mezzo passo in avanti e quasi con leggiadria depone l'ascia di guerra tipica sull'orlo della scrivania dello spaccaminchie.
"No, no, si riprenda la sua scure, non la voglio qua sopra..." ordina Celotti.
 costretto a ripetere il movimento alla rovescia e si ritrova con l'ascia in mano. Celotti continua bonario:
"Immagino che, se lei s' presentato in ufficio cos... diciamo cos pittorescamente, avr le sue buone ragioni, no?"
Certo che le ho, stai tranquillo che le ho: le ha e le fa subito valere:
"Esatto, presidente. Dato che stamattina tutti quanti eravate..."
"Eravamo?... Come eravamo stamattina?"
"Beh, signor presidente, lo sa anche lei... Vi eravate messi tutti quanti in costume..."
"Sicch, noi stamattina ci eravamo messi tutti in costume..."
"S, era molto divertente..."
"Eravamo in costume. Stamattina. Ma adesso? Siamo in costume anche adesso? Lei ci vede in costume adesso, ragioniere?"
"No, adesso no. Adesso siete tornati tutti normali. Per stamattina..."
"E perch non s' messo in costume anche lei stamattina, come me, come tutti gli altri suoi colleghi?"
"Ma, perch io non pensavo... non sapevo che avevate intenzione di..."
"Cosa non sapeva, Tanzella, cosa? No, glielo spiego io il perch: perch stamattina eravamo in maschera tutti quanti noi, tutti dal primo all'ultimo, disciplinatamente e questo lei non l'ha apprezzato: lei ha preferito mettersi in costume di pomeriggio, per differenziarsi, per distinguersi... perch lei ci tiene a essere differente, vero ragioniere? Ammetta con tranquillit che lei non vuole essere come tutti noi, vuole essere diverso da noi, lei: si sente diverso, vero?"
"Ma no, assolutamente, le assicuro presidente, no... Se io soltanto avessi saputo..."
"Vede, Tanzella, in un'azienda sana com' sempre stata la nostra, certe posizioni di tipo aristocratico non riescono a suggerire simpatie. Non possiamo e non desideriamo tollerare i differenti di professione. Per questo credo che sia indispensabile dare un esempio. Lei sar punito..."
"Ma, presidente..."
"La prego, sia cortese, non m'interrompa. Io debbo punirla, anzi scusate: noi dobbiamo punirla... Vi ho chiamato qui tutti, amici: per questo motivo urgente. Lei ragioniere dev'essere punito col voto di ciascuno di noi, perch la nostra  una grande azienda che si vanta delle sue tradizioni..."
Applaudono tutti: anche Tanzella, che per un attimo era rimasto incerto se unirsi al generale consenso. Sorridendo Celotti distribuisce un foglietto e una biro a ciascuno:
"Ecco, scrivete qui la punizione che secondo voi merita il vostro collega per il suo reato, poi ripiegate i biglietti. Tenga anche lei, ragioniere. Mi raccomando: il voto dev'essere segreto".
"Ma... devo votare anch'io?" si stupisce Tanzella.
"Naturale, gliel'ho detto: la nostra  un'azienda sana. Siamo gente libera".
"Grazie, presidente".
"Avete scritto? Sbrigatevi... Signora Cambiaghi, raccolga lei i foglietti per cortesia".
La Cambiaghi apre un armadietto, tira fuori una feluca da ammiraglio:
"Mettiamoli qui, presidente".
"Nella feluca, perfetto. Se avete finito di scrivere, metteteli l dentro".
Ormai tutti i dipendenti hanno deposto vociando il loro biglietto e Celotti alza il tono:
"Attenzione, per cortesia. Adesso la signora Cambiaghi inizier gentilmente la lettura dei voti. Il dottor Pavesio  pregato di aprire i foglietti e di passarglieli. Grazie".
Con amabile efficienza, la voce educata, la Cambiaghi ha incominciato a leggere:
"Morte... morte... morte... morte... morte... morte... nessuna punizione perch si tratta di un equivoco..."
Cordiali risate, sguardi divertiti verso Tanzella che s'impone un sorrisetto impacciatello: s  il suo voto, certo troppo scoperto.
Pavesio continua ad aprire i bigliettini e a porgerli alla Cambiaghi che ripete morte.
Lo spoglio dei voti  terminato, Celotti riprende la parola:
"Bene, amici, la votazione si  svolta regolarmente. L'unanimit meno uno ha deciso per la pena di morte. Una punizione veramente esemplare, mi congratulo".
Ancora un applauso collettivo: Tanzella stavolta polemicamente si astiene.
"Bisogna eseguire subito la sentenza mediante armi da fuoco" lo avverte il principale, sorridendogli. Poi va avanti, conciliante:
"Il dottor Pavesio si prester simpaticamente a comandare il plotone d'esecuzione che sar formato da tutti noi esclusa la signora Oriani..."
"Perch io no, presidente?" chiede la vecchia Oriani delusa.
"Pensavo che lei, signora... Naturalmente  libera di decidere..."
"Ho gi deciso, presidente. Non voglio essere esclusa dal plotone".
"Magnifico. L'esecuzione io direi di farla su in mensa, c' pi spazio. Cosa gliene pare, ragioniere?"
"Oh, per me qualsiasi posto  uguale" risponde Tanzella, ammiccando.
L'ascensore sale carico e festoso. Hanno tutti una gran voglia di giocare, di far casino.
"Guarda che faccia, che lineamenti tirati... Hai paura di abbandonare questa valle di lacrime, eh?" sfotte Ardolini.
"Vorrei vedere te al mio posto" ribatte Tanzella leggermente piccato.
"Di' la verit, che non te l'aspettavi una condanna cos importante" ride Salvi.
E Restelli:
"Quello che conta  affrontare il passo estremo con dignit..."
La Cambiaghi lo consola:
"Non gli dia retta, ragioniere, a parlare sono buoni tutti..."
"Coraggio, morire  un po' partire..." scherza De Falco.
Sono arrivati. Ardolini ha ancora una battuta buffa:
"Ragazzi, cosa dite, gliela facciamo fumare l'ultima sigaretta? Ah, gi che tu non fumi. Vedi? E poi, dicono che il fumo accorcia la vita. Se fumavi, guadagnavi cinque minuti. Ho ragione o no?"
Entrano, ridendo, in sala mensa. Tavoli sedie carrelli sono spostati con rapidit per far spazio. Tanzella viene messo in piedi davanti alla parete in fondo. Ce il solito odore di rag raffermo. Il plotone si schiera abbastanza ordinato.
"Ecco, mi pare che siamo a posto. Quando crede dia pure il segnale, dottor Pavesio" esorta il Celotti.
I dipendenti hanno gi estratto chi la rivoltella chi la carabina chi il fucile da caccia chi una vecchia pistola. Li puntano contro il pellerossa.
II dottor Pavesio comanda: "Per cortesia, fate fuoco".
Sparano. Vola qualche penna. Tanzella, colpito giusto, crolla.
Celotti si china su di lui per accertarsi.
"S" conferma rivolto al plotone. Poi: "Bene, adesso basta, ognuno torni al suo lavoro". E, ridendo: "Escluso Tanzella, naturalmente".



IN GITA AL "DOWN DOWN"




I.

Quella sera, come tutte le altre sere, del resto, eccettuato il luned che  il giorno di chiusura, "Down down", la discoteca giovane, era piena di giovani.
C'erano, tuttavia, anche dei giovanissimi e persino dei giovanili, sicch l'ambiente nell'insieme si presentava molto rassicurante.
La musica non variava mai d'intensit, n di potenza sonora, mantenendosi a un livello ragionevolmente insopportabile per favorire i vivaci balli nonstop, in un certo senso per attizzarli, e difatti le piste (non ce n'era mica una sola) non si svuotavano mai, anzi sembrava che s'affollassero sempre pi man mano che procedeva la musica.
Neanche di tema, a dir la verit, sembrava che questa musica variasse e un profano poteva addirittura ricevere l'impressione che il brano fosse sempre il medesimo, riconoscendovi le puntuali impennate di chitarre elettroniche e percussioni.
A differenza della musica le luci variavano continuamente e d'intensit e di consistenza, oltre che di colori: cos, in un clima di giocosa instabilit, dal bianco abbagliante si sprofondava, in pochi secondi, nel pi buio dei blu, per risalire, trascorso un attimo, a un cocente giallo eliocentrico e ritornare confortati da alcuni folgorosi lampeggi ritmici, all'intenebramento dal quale subito si usciva per venire inondati di rosso sangue e via di seguito, con briosa sfrenatezza, sicch gli occhi, sottoposti a questa efficiente terapia d'urto non avevano altra scelta che quella di rassodare le cornee: superati gli iniziali sbandamenti e le cadute, alla fine la vista ne usciva rinvigorita.
"Mi piace un casino questa musica!" url il giovane Felix, dondolandosi su una liana (l'arredamento essendo avventuroso). La giovane Terry lo guard serenamente inespressiva. Poi scivol gi da una palma e gli si accost:
"Questa musica un casino mi piace!" rispose, urlando.
Felix annu, compiaciuto. Rotol dalla liana e quasi stava per immettersi in una delle piste, quando si ferm per rivolgersi apparentemente a Terry:
"Un casino questa mi piace-musica!" url.
Il giovanissimo Ringo emerse dal momentaneo viola, ballando con il gruppo. Lui e i suoi giovani amici sembravano radiosamente eccitati alla vista di Felix e Terry, e Ringo lo espresse a nome di tutti:
"Musica mi casino questa piace un!" url.
Pensai che fosse uno spagnolo. Perdurando l'eccitazione si abbracciarono un po' alla rinfusa. Poi Samanta, una giovane del gruppo, si sdrai su una canoa come infiacchita dai balli:
"Piace un mi musica questa casino..." tent d'urlare, sbuffando.
Gli altri la guardarono incuriositi.
"Un piace casino questa musica mi?" le chiese Felix con un urlo d'incredulit.
Samanta sorrise rassicurandoli:
"Mi casino un musica piace questa..."
Il giovane Pablo la prese, improvvisamente e inspiegabilmente, tra le braccia, sollevandola in alto fra le risate di tutti. Lei tentava di divincolarsi e fingeva di protestare ridendo:
"Un! mi!... questa casino piace musica!"
"Un! mi! questa casino piace musica!" ripet Ringo, sganasciandosi e anche gli altri in gaia euforia si stavano sbracando dalle risate,
Man mano che la musica aumentava percettibilmente di volume anche le luci affrettavano il passaggio dal chiarore alle tenebre e viceversa: l'atmosfera si andava cos rilassando notevolmente.
Ai bordi delle piste, accanto ai cactus, numerosi gruppetti di giovani di giovanissimi di giovanili avevano ormai giovanilizzato e urlavano tra loro nonostante il volume della sonorit fosse arrivato a un livello eccellente, tale da sovrastare per dignit e pregio e grado ogni qualsiasi altra forma di vita che s'agitasse l dentro.
I giovanissimi si distinguevano dai giovani perch apparivano un po' pi anziani di loro a causa dell'abbigliamento, dell'acconciatura e del gesticolare, mentre per gli identici motivi i giovanili avevano l'aria d'essere pi giovani dei giovani e ovviamente dei giovanissimi. Li univa, beninteso il linguaggio, un lessico disinvolto e spregiudicato che si poteva captare accostandosi ai vari gruppetti.
Mi attardai, prima d'uscire, accanto a un cactus:
"Un casino piace musica mi questa!" stava urlando un giovane a un altro che prontissimo approv: "Mi questa!"
La conversazione prosegu pacatamente urlata, tutto il gruppo vi partecipava con interesse:
"Piace mi!" fece un giovane e un altro: "Questa mi un!" finch una ragazza sentenzi: "Casino mi musica!"
Al termine della serata, a notte tardissima, la discoteca giovane appariva un po' invecchiata e anche i giovani i giovanissimi i giovanili avevano ormai parecchie ore in pi: gi davano l'impressione di dimostrarle tutte.


2.

Appena fuori andai verso la mia macchina parcheggiata a cento metri. Il giovane Felix mi raggiunse con un salto.
"Carta" mi disse, gran sorriso.
Cominciava a far chiaro.
"Carta?" esitai, incerto.
"Carta" conferm, sempre sorridendo pi o meno amichevole.
A notevoli balzi gli altri del gruppo lo avevano raggiunto. Mi sembr d'essere circondato, forse lo ero. Rapidissimamente pensai cosa potesse voler dire quel "carta". Soldi, probabile. O le carte di credito. La carta del Bancomat. Oppure la carta d'identit. Qualcuno di loro era magari rimasto senza documenti, persi durante una danza e volevano prendermi la carta d'identit.
"Carta" ripet ancora Felix, stavolta senza sorriso.
E Terry, anche lei, cantilenando un po' infantile:
"Carta... carta..."
Cartine per farsi una fumata di hashish o di marijuana forse. Poteva essere, pi che plausibile.
"Non ho cartine ragazzi, io non fumo" risposi.
"No carta?" si stup Felix e allo stupore fece seguito un caricato gesto di disappunto.
Allora erano proprio le cartine che volevano.
"No, no, non fumo" ridissi.
Si guardarono, mimando delusione, ma Ringo evidentemente non mi volle credere, perch mi si avvicin moderatamente tempestoso:
"S, carta. Tu, carta. Carta, tu!"
"Non fumo" tentai con ostinata disperazione.
"Non fumo carta!" url Ringo, che stava proprio incattivendosi.
Persi il controllo, l'avreste perso anche voi. "Cosa carta, cosa vuol dire carta, quali carte?" sbraitai. "Cosa cazzo volete da me? Non ne ho di carte io. Le carte di credito? Non le ho le carte di credito, mai avute, non le uso mai. Non ho cartine per sigarette, non ho nessuna carta di nessun genere".
Terry mi sorrise come per rassicurarmi:
"Carta..." annunci ancora.
Un giovanissimo pieno di bretelle le pass qualcosa in mano. Era un mazzo di carte. Di quelle da poker.
"Carta, carta, carta..." recit Terry, aprendo il mazzo a ventaglio, come si fa nei giochi di prestigio e porgendomelo decisa: "Tu carta, qui!".
Presi una carta, senza guardarla: "Guarda carta!" intim Felix.
Guardai, era l'otto di fiori.
"Tua carta otto di fiori" indovin Terry, dopo un sapiente attimo.
"Esatto" confermai sorpreso, " proprio l'otto di fiori. Sei bravissima. Come hai fatto?"
Con faccia da congiurata Terry mi prese da parte e mi fece vedere il mazzo: era composto esclusivamente da otto di fiori.
Se ne andarono in gruppo, buttandomi l una specie di saluto col braccio. Un saluto fresco, festoso suppongo.



IO E IL MASINI

1.
Sono l col libretto del telefono in mano, un marted sera che ho finito presto di mangiare. Non so assolutamente cosa fare, ma ho voglia di fare qualcosa, di andare da qualche parte. Incollato alla sedia dell'anticamera, riapro il libretto per la seconda volta. Niente, non m'era sfuggito niente, i nomi sono quelli, c' poco da scialare. A: Andreini Renzo 87.00.12, figurati se dice che esce, eppoi anche uscisse  di una noia; Ada 658.82.93, non mi va di sbatter via soldi con l'Ada, dovrebbe capirlo che ormai non pu pi pretendere troppo; Azienda 22.21, strano che l'abbia messa nella A come azienda anzich nella D come ditta, eppure il sacro spirito aziendale non ce l'ho, la odio la Fratelli Turbigo SpA, incestuosi fratelli che si sono sposati tra cugini, li odio tutti, dalle otto di mattina a mezzogiorno, dalle due alle sei meno un quarto (leggi quattordici-diciassette e quarantacinque) e adesso eccoli qua che mi perseguitano anche la sera dopocena: Azienda 22.21, perch poi trascrivere il numero sul libretto dal momento che lo conosco a memoria, purtroppo. L'ho cancellato. B: Bertelli Sergio 80.88.90, con quella imbranata di sua moglie, che giocano ancora a fare la coppia felice; non che fosse molto vispo neanche prima di sposarsi, ma adesso il Bertelli  infrequentabile; Brina Carlo 283.81.65, altro buono, cosa abbiamo da dirci io e il Brina lo sa dio; Brusatti Uccio 87.11.06, che tristezza; Barbara 460.04.41, no, a parte la questione soldi non mi sento nella serata giusta; Caramaschi Osvaldo 89.47.31, timido, sar un timido ma quelle sue risatine senza senso mi fan venire i nervi. Niente, i nomi sono quelli che sono. Un bel giro di conoscenze. Vent'anni, venti immondi anni che sono in 'sta citt, guarda tu che ambiente sei riuscito a farti: Dell'Angelo Salvatore 734.22.84,  una vita che ci siam persi di vista e non  stata una gran perdita dopotutto; Fongaro Adele 874.90.85, poveretta, ipocondriaca; Gemini Armando 702.65.02 e volto pagina. La H, la I, la J e la K sono vuote. Alla L c' una svista: Idraulico, che andava messo prima; poi Laura 432.26.28, il vecchio numero di Laura, prima che si sposasse, potrei telefonarle uno di questi giorni, adesso  escluso, sar l col marito. Alla M: Maspoli 857.18.91, il sarto. Nessun nome per la N e la O. Alla P ci sono i prefissi: 06 Roma, 0332 Varese, 010 Genova, 011 Torino; come se mi capitasse spesso di telefonare fuori citt; chiss perch li ho riportati i prefissi. Niente alla Q. Alla R il ragioniere della casa, 31.41.27. Poi Siniscalchi Gigi 46.00.65, un tempo ci si telefonava, quasi sempre per ragioni di lavoro, adesso che lui  passato produttore finisce che non  mai in sede, l'ultima volta che ci siamo sentiti era in partenza per Bari. Ancora il Maspoli, qui come Sarto alla S: 857.18.91. L'ho cancellato. Pagina bianca alla T, bianca alla U. Alla V ci sarebbe questo Vandoli 31.40.79, l'assicuratore. W, X, Y vuote. L'ultimo  Zannini Franco 79.42.28, ci scambiamo gli auguri a Pasqua e a Natale.
La mia storia col Masini  incominciata in quel momento. Mi viene in mente di prendere l'Elenco ufficiale degli abbonati al telefono. Il primo nome, a caso. Il primo nome a caso  proprio il suo: Masini dr. Sigismondo (a) 84, via Faravelli 273.06.01. Il cognome in quel momento non mi diceva ancora niente, anonimo, distante, sconosciuto, non aveva ancora quel suono sinistramente familiare che ha adesso. Alzo la cornetta, formo il numero. Mi risponde lui. Pronto, fa. Una voce dura, antipatica. Io zitto. Pronto, fa di nuovo. Sento che gi sbuffa. Ha rimesso gi. Anche impaziente. Potevo dirgli qualunque cosa, non so: scusi, ho sbagliato numero, chi parla, qualcosa di generico, ma ho preferito tacere. Prima di richiamarlo ho aspettato un quarto d'ora. Poi ho riformato il numero, quel 273.06.01 che ormai ho stampato nel cervello. Era ancora lui. Pronto, bercia. Avrei potuto replicargli con calma, con una sfumatura ironica nella voce: "Cos'ha tanto da berciare, non le  mai capitato di sbagliare numero?" Ma ho preferito far scena muta anche stavolta. Ho rimesso gi, senza aspettare nemmeno il suo secondo "Pronto". Dopo una ventina di minuti ho riformato il numero. Non ha risposto nessuno. Sar uscito, ho pensato per tranquillizzarmi. No, lo sapevo benissimo che non era uscito: quello  l,  l chiuso in casa e non risponde. Mi ha fatto rabbia. Okay, ho detto, non mi vuoi rispondere adesso, caro il mio dottor Masini? Peggio per te. Sarai costretto a rispondermi pi tardi. Mi son messo in poltrona a leggere per un po', poi ho acceso la Tv. Ma il Masini ormai mi aveva preso. Agganciato. Catturato.
Dr.: sull'Elenco fra il cognome e il nome c'era quel dr.; in cosa sar laureato? non in medicina certamente, lo escludo; un medico non pu permettersi di non rispondere alle chiamate. A meno che non sia un medico disonesto. Avrei potuto essere moribondo, mi avrebbe lasciato morire. Dev'essere uno che ha il pelo sullo stomaco. E dove rimane la via Faravelli? ho consultato il terzo volume dell'Elenco, quello stradale. Faravelli Luigi Giuseppe (via) da c.so Sempione a pazza Firenze a s. in via Ruggero di Laura prima a d. Non mi diceva granch. So dov' piazza Firenze, dall'altra parte della citt. M'era venuto sonno, ma se mi fossi messo a letto mi sarei subito addormentato come al solito, io m'addormento subito, non ho bisogno di prendere niente, tranquillanti o roba di quel genere. In cucina, a farmi un bel caff forte. Dopo l'ultimo telegiornale mi son rimesso a leggere. Poi a letto, il telefono a portata sul tavolino. Gli ultimi secondi esaltanti. 273.06.01. Sapevo che avrei dovuto aspettare un po' prima di sentirmi rispondere, anzi me l'auguravo: era la prova che il Masini stava dormendo e che l'avevo svegliato. Infatti: "Pronto!", la voce piena di sonno, vittimista. Io zitto. "Pronto!", fa lui di nuovo, un po' pi cattivo. Io felice, neanche il respiro gli faccio sentire. Una brevissima pausa indagatrice. Finalmente esplode, rabbioso, vile: "Cretino!"
Ho dominato i miei nervi per non cedere all'impulso di replicargli per le rime. Dopo l'ingiuria ha riattaccato. Subito ho riformato il numero. Dava segnale d'occupato. Hai staccato la cornetta, vigliacco. Non importa, Masini. Ci risentiremo, stai tranquillo. Te lo do io il cretino.


2.

La sera dopo l'ho richiamato a mezzanotte. Avevo il mio piano. Appena gli ho sentito dir "Pronto!" con quella sua voce odiosa mi sono stretto il naso fra le dita e ho bisbigliato in falsetto:
"Lo sa, lei, egregio dottor Masini, che offendendo gratuitamente una persona che non conosce si comporta in maniera incivile?"
Ha accusato il colpo.
"Ma chi sei?" ha ringhiato. "Chi sei, mascalzone farabutto porco schifoso maledetto?"
"Ma lei sa esprimersi solo attraverso il turpiloquio?" ho sussurrato e ho messo definitivamente gi.
Per parecchie notti di seguito l'ho chiamato e richiamato. Al suo banale "Pronto!" gli facevo una pernacchietta e riattaccavo senza attendere i suoi rimbrotti. Sono riuscito a mandarlo fuori di s. La cosa mi ha talmente eccitato che per addormentarmi ho dovuto ricorrere ai tranquillanti, io che non ne avevo mai avuto bisogno, che come toccavo le lenzuola attaccavo subito a ronfare. Una sera mi son voluto prendere il gusto di lasciarlo sfogare:
"Chi sei maledetto, chi sei carogna, dimmelo chi sei!" sbraitava impotente, ridicolo.
Una volta ha aggiunto, con una risata forzata che avrebbe dovuto suonare sarcastica:
"Lo so, lo so chi sei: sei un assassino cornuto figlio di..."
Ho messo gi prima che completasse la volgarit.


3-.

Improvvisamente una brutta sera trovo il suo numero occupato, e cos via per tre giorni di seguito. Il delinquente aveva preso l'abitudine di lasciar la cornetta staccata prima di coricarsi. Ho dovuto cambiare orari. Mi ha costretto a correre a casa, appena uscito dai Fratelli Turbigo, col traffico incasinato che c' a quell'ora, senza neanche il tempo per l'aperitivo che per me era come un rito, e i miei colleghi mi chiedevano dove devi andare di tanto importante. Ho cominciato a chiamarlo verso le sette e mezzo. Avevo ripreso la pernacchietta, ma qualche volta per cambiare replicavo alle sue ingiurie, sempre per in modo garbato e civile, cercando di spiegargli che non era il caso che si comportasse sempre come un buzzurro, con la voce in falsetto e tenendomi il naso con le dita. Poi per metterlo fuori strada ho nuovamente cambiato gli orari delle telefonate. Li cambiavo continuamente. Mi toccava mettermi la sveglia di notte, alle tre alle quattro alle cinque di notte. Mi svegliavo di soprassalto e lo chiamavo: 273.06.01.
Finalmente una notte il vigliacco capitola.  stata la notte del 15 ottobre dell'anno scorso, me lo ricordo perch il 15 ottobre  il mio compleanno e io il 5, cio dieci giorni prima, segno sullo specchio del bagno, col sapone: meno 10, meno 9, meno 8, ecc., fino al 15 che scrivo Bum!
 una specie di giochino che mi sono inventato per farmi festa. Lui risponde col suo solito astioso "Pronto!" e quando sente la pernacchietta tenta di mostrarsi cordiale:
"Insomma, basta con questi scherzi" supplica; "su avanti, dimmi chi sei e facciamola finita".
Respingo ovviamente il disonesto armistizio.
"Non  uno scherzo, dottor Masini" dico in falsetto, "e se ne accorger".
"Quand' cos far mettere il mio telefono sotto controllo e la vedremo, carogna!" esplode.
"Ah, siamo alle minacce. Molto bene", replico gelido, sempre il naso fra pollice e indice.


4.

Forse progettava veramente di far mettere il suo telefono sotto controllo. Cos da casa naturalmente non potevo pi chiamarlo, dalla ditta neanche a pensarci. Le sue abitudini ormai mi erano intime: durante la buona stagione o anche in pieno inverno se ci scappava una giornata di sole, il Masini faceva il week-end dal venerd sera al luned mattina: in quei giorni inutile chiamarlo. Per stabilire se lasciava ancora staccata la cornetta prima di coricarsi e se davvero aveva fatto mettere il suo apparecchio sotto controllo ho dovuto sobbarcarmi a certi disagi: alzarsi alle cinque di mattina, lavarmi sommariamente, vestirmi in fretta per correre gi, mettermi in macchina e arrivare a un telefono pubblico con una buona scorta di gettoni o di monete nelle tasche.
La voce Masini aveva incominciato a incidere sul mio bilancio. Le levatacce m'hanno fatto venire orrende occhiaie e gli occhi arrossati e la testa che gira e i colleghi in ditta, scrutandomi sospettosi, subito a sprecarsi in lazzi e insinuazioni oscene. Ho perso l'appetito. Bravo Masini, complimenti: ci sei riuscito a farmi perdere l'appetito. Spesso arrivavo tardi alla mensa, che gli altri eran gi tutti a tavola, perch m'era toccato scappare fin dal tabaccaio dove c' un telefono pubblico e al ritorno mangiavo tutto freddo. Gi che la mensa dei Fratelli Turbigo non  il massimo nemmeno da calda. Strada correndo penso che gli dir, cambiando voce, trasformandola in cavernosa, per aumentare l'effetto:
"Non mi fai paura, bestione".
Oppure: "Trema, codardo" o una roba del genere, in senso ironico.
Poi, una volta dal tabaccaio, cambio idea: voglio insistere a comportarmi da persona educata. Gli faccio la pernacchietta e rimango l, la cornetta appiccicata all'orecchio, a subirmi tutti i suoi insulti. Ne aveva di tremendi, di crudeli. Li ascoltavo senza mai polemizzare, in un silenzio rotto solo ogni tanto dalla pernacchietta. Le lettere anonime non danno naturalmente la stessa soddisfazione. Gliene ho mandate cinquantadue, sempre variando il tipo di busta e di carta e la calligrafia nell'indirizzo. Le imbucavo in zone differenti, lontane dalla mia. Non gli scrivevo parolacce o insulti, non mi abbasso al suo livello. Soltanto disegnini, infantili, perch non sono tanto bravo in disegno, ma secondo me efficaci:

in fondo anche spiritosi, se non fosse l'uomo che , privo di qualsiasi sense of humour, poteva persino divertirsi:

figuriamoci invece cosa non avr abbaiato. Il guaio  che non potendolo vedere in faccia quando apre le buste e tira fuori i disegnini gran parte della soddisfazione si perde.
Quello di riuscire a vederlo in faccia era diventato un incubo. Lo  ancora. Non mi  stato possibile. Ho bruciato un giorno di ferie, io che ne ho cos bisogno, per piazzarmi davanti a casa sua, dalle otto di mattina a mezzanotte, nella speranza di indovinarlo fra tutti quelli che entravano e uscivano dal portone di via Faravelli 84. Naturalmente me ne stavo chiuso nella mia macchinetta e spiavo dal finestrino. M'ero portato dei panini al formaggio e prosciutto cotto e un termos di caff buono.  stata, ormai lo posso confessare, un'operazione assurda e inutile. Ogni tanto vedevo entrare o uscire qualche omaccione grasso, con la faccia da criminale e saltavo su: eccolo!  lui! mi dicevo, ma come potevo essere sicuro.
 scomparso da un mese. Telefono telefono telefono a tutte le ore del giorno e della notte: niente. Scomparso. Svanito. Potrebbe aver cambiato numero, l'infame, ma non oso domandarlo al centralino della SIP: sarebbe uno scoprirsi troppo. Lui e i suoi complici non aspettano altro, per farmi fuori. No, tutto finito. Addio, Masini. Non mi sembra nemmeno possibile che sia finita cos, di colpo, come se non fosse mai successo niente. Con tutto il daffare che mi son dato. Certo per mancarmi mi manchi molto, che dio ti maledica, vecchio delinquente.


UN RIVALE PER IL DOTTOR GAMUCCI

Ero molto pi emozionato di quella famosa volta che andai a consegnare una proposta articolata ai tre alti funzionari nella sede milanese dell'Ente Televisivo Nazionale. Si trattava per me del primo importante approccio con una rete commerciale che, come mi avevano raccontato eccitatissimi molti miei colleghi, pagava il doppio dell'emittente di Stato. Forse poteva essere l'inizio di una collaborazione straordinariamente vantaggiosa, se non proprio sotto l'aspetto dei risultati artistici, di sicuro dal lato economico. Io poi dico che quando uno fa il mestiere che faccio io deve saper chiudere un occhio, non deve fissarsi in maniera troppo maniacale sui risultati artistici. Quelli semmai potranno maturare in un secondo tempo.
Venni ricevuto subito con molta cordialit. Ma appena gli dissi: "Avrei un'idea", il giovane dirigente di Super canale impallid. "Veramente" rispose, "a quest'ipotesi non ero preparato. Lei avrebbe un'idea?" "S" confermai, "un'idea nuovissima".
Il giovane dirigente apparve ancora pi a disagio:
"Mi scusi, ma lei non  un Autore?" chiese dopo qualche minuto.
Era un giovane emergente e lo annunciava spesso, a volte con gioia e a volte con orgoglio o arroganza, talvolta persino con stupore a chiunque avesse avuto occasione d'incontrare nei corridoi o negli studi: "Io sono un giovane emergente".
Come dirigente televisivo non aveva ancora avuto modo di farsi una grossa esperienza, lui veniva dai profilati, tre anni passati nei profilati, e di spettacoli Tv ne sapeva ancora meno di un suo collega pi giovane ma meno emergente che veniva da due anni di semi di soia.
S'appoggi allo schienale della sedia, si dondol quattro cinque volte finch non cadde all'indietro. Tentai subito di aiutarlo a rialzarsi, ma mi ferm con un gesto imperioso:
"La prego" mi disse, "questo fa parte della nostra filosofia".
"Cadere dalla sedia?" domandai.
"Certo. L'imprevisto. Noi dobbiamo tener sempre presente la possibilit d'inserimento del fattore imprevisto. E cadere dalla sedia  un imprevisto".
"S, fino a un certo punto..." ribattei, "perch se uno fa quattro o cinque dondolamenti su una sedia, di design ma non solidissima, non pu che aspettarsi la caduta".
"Questo  un problema mio" replic asciutto. "Ed  un problema" aggiunse dopo un secondo, "che prima o poi dovremo affrontare. D'altra parte non ho troppa fretta: sono un giovane emergente".
Non fui capace di trattenermi:
"Mi scusi se glielo chiedo un po' cos, brutalmente: ma lei da dove emerge?"
"Dipende" rispose seccato, "oggi si pu emergere da qualsiasi parte".
"Capisco" insistetti, "ma normalmente lei da dove emerge? Voglio dire, di solito. C' un punto preciso?"
"Vede, questi sono dettagli nei quali non desidero entrare con lei. Piuttosto, si spieghi meglio: cos' questa storia che lei avrebbe un'idea?"
"Ecco, s: ho un'idea per uno spettacolo televisivo nuovo e forse addirittura interessante".
Mi guard con rancore standosene silenzioso per un po'. Poi:
"Senta" disse, "la nostra  una Tv giovane, giovane, commerciale. Il nostro pubblico  formato da giovani e commercianti..." S'interruppe un attimo e riprese, correggendosi: "Beh, no, non solo da giovani e commercianti. Il nostro target abbraccia settori vastissimi. Ma  un pubblico ingenuo, mansueto. Non possiamo deluderlo".
Stentavo a capire. La gente dell'ambiente parlava di lui come di un possibile pericoloso rivale del dottor Gamucci, l'astuto capostruttura dell'E.N.T. eppure io non riuscivo a intravederne le doti. Lui torn a dondolarsi sulla sedia di design e dopo il quinto dondolamento si rovesci di nuovo all'indietro, stavolta battendo la nuca.
Si rimise a sedere e sorrise di un sorriso soddisfatto. Decisi che era venuto il momento di chiedergli qualche spiegazione.
"Non capisco. Perch pensa che la mia idea possa deludere il vostro pubblico?  un'idea nuova, mi pare anche divertente..."
Smise il sorriso soddisfatto che gli aveva procurato il colpo sulla nuca:
"Piano, piano" rimprover, "poco fa m'ha detto che era interessante, adesso vien fuori che  divertente. Com' questa sua idea? Si decida".
"Beh, non c' niente di losco se un programma  contemporaneamente divertente e interessante..." Fece un gesto stizzoso:
"Senta, io sono qua dentro da un anno e intendo far carriera. Come le ho gi rivelato, sono un giovane emergente. Lei invece  un Autore. Gli Autori qui da noi non sono tenuti ad avere idee. Tanto pi se si tratta di idee nuove. Pu essere destabilizzante. Poi, siamo franchi, che bisogno c' di idee nuove? Con tutte quelle vecchie che ci sono in giro, si rischierebbe soltanto d'inflazionare il mercato".
Mi prese la sfiducia. Ero venuto da lui pieno d'entusiasmo, certo che m'avrebbe ascoltato con attenzione, felice per quell'ideuzza che mi sembrava cos buona e tutto stava rovinando disastrosamente.
"Ma non vuol sentire almeno di cosa si tratta?" tentai, per niente convinto.
Alz il braccio in un plateale gesto d'impazienza:
"Okay" disse, "sentiamo questa idea. Ma prima di tutto:  per il sabato, per il gioved o per la domenica?"
"Beh, pu andar bene per tutti i giorni" risposi.
Rinnov il gesto d'impazienza, stavolta mettendoci pi foga:
"Gi questo  un pessimo inizio, comunque l'ascolto. Parli. Aspetti! E la fascia?"
"La fascia?" ebbi uno smarrimento, "Quale fascia?"
"La fascia oraria.  un'idea che va bene per la fascia del mattino, per quella del primo pomeriggio, del secondo, della prima serata o per il prenotte?"
"Per tutte le ore, va bene per mattino, pomeriggio e sera. Anche di notte" giurai.
"Che disastro" comment. "Comunque, l'ascolto, vada avanti. Parli".
In quel momento m'accadde un fatto terrificante. Non mi ricordai pi qual era l'idea. Sparita.
In testa avevo il vuoto pi assoluto, vuoto totale. I secondi passavano rapidissimi e non riuscivo a ripescare nella memoria quella maledetta stupida buona idea.
Fui preso dal panico. Lui si dondol, cadde, batt la nuca, si rimise a sedere soddisfatto e visto che io ero l muto e confuso, mi chiese:
"Beh? E allora?"
"Non so come spiegarmi..." belai, "non mi ricordo pi niente... mi dispiace... forse fra un'ora mi torner in mente... forse domani..."
"Magnifico!" esplose illuminandosi. "Questa pu essere davvero un'idea nuova! Uno sketch esilarante. Un Autore si fa ricevere da un dirigente Tv emergente per proporgli un'idea e al momento d'esporla se la dimentica. S, mi piace, mi convince,  divertente. E ha ragione lei:  anche interessante. Bravo".
Non mi stava prendendo in giro, parlava con molta seriet. Mi fiss con insospettata benevolenza:
"Davvero un'ottima idea, complimenti" ripet.
Stette un momentino pensieroso, riflettendo. Poi:
"Senta, si pu recitarla in dialetto lucano?" domand, con il tono di chi s'augura di ricevere una risposta affermativa.
"In dialetto lucano?"
"Le spiego. Noi abbiamo scritturato un attore sardo, che non  proprio un attore,  la prima volta che ci prova, lui fa il pastore, ma  spassosissimo, lo sentir. Poi abbiamo sotto contratto due gemelle venete che fanno le sceme in vicentino, poi c' un gruppo di tre calabresi, un trio fortissimo che vengono tutti e tre dai night-clubs di Catanzaro. Avevamo messo gli occhi anche su un giocoliere di Matera, ma ce l'ha soffiato l'Ente Nazionale... Se questa sua idea si potesse realizzare in dialetto lucano... M'hanno detto che all'Ospedale San Carlo c' un barellista lucano che fa veramente ridere... Dicono che quando si mette a raccontare le sue barzellette, in corsia ridono tutti, anche quelli che stanno male... Si potrebbe, in lucano? Cos chiamiamo questo qua. Sa, io ragiono in funzione del target".
"Certo" risposi, "anzi, in dialetto, lucano acquisterebbe pi credibilit. Sarebbe perfetto, in lucano".



CONGEDO DAI FIGLI

1.

"Non posso farvi fuori, ragazzi, sono gi abbastanza incasinato".
Niente, ai miei due vecchi bambinoni non gli vuole entrare in testa, continuano a menarla ogni giorno, ogni momento:
"Lo devi fare Alberto. Non puoi tirarti indietro.  una regola che va rispettata".
"Ma quale regola, pap, quale regola, mamma. Non  mai stata una regola fissa.  accaduto s, qualche volta, moltissime volte se volete, specie in questo periodo, ma non  una regola fissa, mai stata, non sta scritta da nessuna parte".
" una regola di quelle non scritte, ma che si sono sempre osservate" insiste mio padre. "Da che mondo  mondo tutti i figli sognano di ammazzare i loro genitori e quelli pi bravi ci riescono".
Tento di farli ragionare:
"Mamma, pap, abbiate pazienza, io non  che non vi capisco, capisco benissimo questa vostra ansia, questa vostra intransigenza, cos rigorosa, ma voi, santa madonna, cercate di capire un po' anche me. Ho trentasei anni, non sono un ragazzino, non ho pi l'et per farvi fuori. Sono cose che uno fa a sedici, a diciott'anni, a venti, venticinque a farne una pelle. Ma non a trentasei. A trentasei uno se ne fotte dei genitori, li lascia vivere".
Allora la storia  questa, l'avrete capito, semplice come storia. Prima di riprenderla  indispensabile precisare che si tratta di roba vera: accaduta realmente a me, Alberto Simonetti e che i genitori di cui vi parlo sono i miei genitori: Ubaldo Simonetti e Francesca Bramanti in Simonetti. L'anno  il 1987, quando avevo appunto trentasei anni, essendo nato a Heidelberg, nel Baden, in Germania, nel 1951. La mamma e il pap studiavano l, in quell'Universit, l si erano conosciuti e messi insieme, ma tornarono a Milano subito dopo la mia nascita. Avevano tutti e due ventitre anni, adesso ne hanno cinquantanove. Ricordi d'infanzia pochi. Mio zio Goffredo, fratello della mamma. Uno che mi piaceva, era simpatico. Il pap lo prendeva in giro, perch si sbagliava continuamente con certi vocaboli: diceva flagrante invece di fragrante ed esilerante invece di esilarante. Quando il pap glielo faceva notare, rispondeva: "Tanto, per la differenza che c'..." "Ma come, per la differenza che c'!" s'arrabbiava il pap, "sono due cose completamente diverse!" "Voi ci vedete una differenza, perch ce la volete vedere" ribatteva lo zio Goffredo, polemico e un po' sprezzante. Era un tipo allegro. Mor suicida. A trentacinque anni si butt dal Duomo e non era neanche milanese. Povero zio, mor senza darsi arie. In tasca gli trovarono i documenti che di solito quei suicidi l non li portano mai, per rompere i coglioni agli agenti.
Questa smania che io li devo per forza far fuori li ha presi da poco, da un anno circa, prima se ne erano sempre stati tranquilli, nessun fastidio, nessuna esigenza eccessiva. Poi un giorno leggono sul giornale che un ragazzo di diciassette anni ha sparato ai genitori, qualche giorno dopo che un altro di venti li ha fatti a pezzi a colpi d'accetta, poi in Tv vedono un diciottenne che confessa d'aver bruciato i corpi dopo averli presi a martellate sul cranio e avanti cos, un'epidemia, una moda: non passava una settimana che un pap e una mamma, pim pum pam, non venissero eliminati regolarmente dai propri figli.
Allora i miei hanno cominciato a leggere anche gli articoli di commento dei sociologi, degli esperti di problemi giovanili e della famiglia, di giuristi, di religiosi e a sentire quello che avevano da dire in Tv su questi episodi tanto frequenti e insomma dopo un po' si convincono che va bene cos e che se i figli non fanno fuori i genitori significa che ci dev'essere stato qualcosa di sbagliato nella loro educazione.  qui che ha cominciato a venirgli il pepe al culo, scusate la frase, e hanno incominciato ad agitarsi, a parlarmene chiaramente:
"Hai letto di quel figlio che a vent'anni li ha strozzati di notte nel sonno?"
"S, mamma, ho letto, ho letto. Orribile, terrificante".
"Perch orribile, Alberto?"
"Come, perch, pap? E me lo domandi?"
"Secondo il professor Egidio Borioli, il parricidio e il matricidio non vanno criminalizzati".
"Come sarebbe, non vanno criminalizzati?"
"Sarebbe che non vanno criminalizzati. Perch non si tratta di un gesto delittuoso".
"Ah, no?"
"Ti prego, non dire "ah, no" con quel tono ironico" protesta mio padre. "Stiamo affrontando un problema serio. Il professor Borioli, che non  l'ultimo venuto, sostiene che sia il parricidio che il matricidio non vanno interpretati in prima lettura. Il figlio che cancella i propri genitori non fa altro che procedere alla rimozione di un senso di colpa".
"Il senso di colpa gli verr dopo semmai, se gli viene..." non riesco a trattenermi.
"Non hai capito. Il senso di colpa non  del figlio.  dei genitori. E lui lo rimuove".
"In modo brusco devo dire" insisto io.
Ma anche loro insistono: e ogni giorno con maggior tenacia.
"La verit  che tu non ci odi" accusa con amarezza mia madre.
"Non dire cos, Francesca" prova a difendermi il pap. "Lui ci odia, ma a modo suo, vero, Alberto?"
"Ma va'. No, certo che non vi odio. Perch dovrei odiarvi?"
"Secondo il professor Rigamonti, l'odio dei figli verso i genitori non  altro che una forma d'amore sublimato..." comincia mio padre.
Ma l'interrompo:
"No, no, no, pap, lasciamo perdere. Non credo a queste stronzate. Ho trentasei anni, un sacco di casini in giro e non ho la minima voglia di finire i miei giorni in galera per esaudire la vostra insania".
"Non finiresti in galera" riprende lui. " una legge vecchia, del vecchio codice penale, una legge fascista, presto sar abolita, dovresti essere pi informato. Nel nuovo codice parricidio e matricidio verranno depenalizzati. Rischierai una semplice ammenda. Per noi potresti anche farlo questo sacrificio".
"Eppoi" interviene la mamma, "non  detto che tu debba farci fuori in modo truculento. Sono metodi provinciali. Esistono ben altre maniere. Si possono studiare insieme".
"Ma continuare a vivere vi fa proprio schifo?"
"Che c'entra, Alberto, non dire banalit, questo  un altro discorso. E poi  inutile che fai finta di non capirlo, lo capisci benissimo".
L'assedio prosegue. Giorno e notte. Ci sono ben altre maniere, ha detto la mamma, si possono studiare insieme:
"Presempio, ricordo che ho visto un film di un giovane regista dove il figlio maggiore di una famiglia numerosa durante una passeggiata ha spinto la vecchia madre cieca in un burrone..."
"Ma tu non sei cieca e non sei nemmeno tanto vecchia. E, poi, dove li trovo i burroni a Milano?"
"Se  per questo, si prende la macchina e si fa una gita. Comunque, era un'idea come un'altra" replica lei alzando le spalle.
E una mattina a colazione, insinuante:
"Che ne diresti di una buona torta avvelenata?"
"Mamma, le torte avvelenate ci sono nelle favole!"
Mi trattano come un ragazzino.
"Non  questione di modi, i modi si scelgono" sbotta il pap acido. "La vera questione  se uno ha la volont di agire o no. Certo io non pretendo che tu ti metta a volteggiare con l'accetta o il martello, non  nel tuo stile e maldestro come sei finiresti per farti male. Ma, con un po' di buon senso, una soluzione, se uno vuole trovarla, la trova".
"Ecco, pap, questo  il punto. Io non voglio. Come devo ripetervelo? Io non sono disponibile per pratiche adolescenziali. Perch non vi rivolgete a Mario? Ha sedici anni e mezzo,  vostro nipote. Sono sicuro che lui accetter con entusiasmo. Volete che gliene parli io?"
"Che melensaggini" insorge la mamma, "che m'importa di Mario. Un conto  essere fatti fuori dal proprio figlio, unico per giunta, un conto  dal nipote. Mi sentirei una cittadina di serie B".
"Ma Mario ha l'et adatta: sedici e mezzo, io ne ho venti di pi!"
Vent'anni fa mio padre cantava canzoni come Le mille bolle blu e Dammi la tua mano zingara. Ecco, quello era il momento giusto per ammazzarlo. Ma, oggi, francamente! Non canta neanche pi.


2.

"No, non illudiamoci, Francesca. Alberto non lo far mai. Del resto, se avesse avuto l'intenzione di farlo non avrebbe aspettato fino adesso".
Lei lo guarda con occhi malinconici.
"E allora, Ubaldo?" domanda, "che possiamo fare?"
"Niente, tesoro, non possiamo far niente. Dobbiamo rassegnarci a campare fino a quando arriver la solita scontatissima morte naturale. Un collasso, magari, un infarto, un ictus. Certo quel giorno i giornali non si occuperanno di noi e tantomeno la Tv".
"Quel ragazzo che ha preso a martellate i suoi e poi ha bruciato i corpi ha avuto un servizio speciale di dieci minuti in "Mondoggi". Hanno fatto vedere anche le foto dei genitori".
"Fanno vedere sempre le foto dei genitori".
"Noi niente foto, Ubaldo. Niente foto, niente servizi speciali, niente "Mondoggi". Mi domando se nostro figlio si renda esattamente conto del dispiacere e dell'umiliazione che ci infligge. Mi domando anche se non sarebbe giusto, umano, che noi, anzich accettare cos passivamente questo suo atteggiamento, non trovassimo il coraggio di reagire".
"Reagire come, Francesca? Cosa possiamo fare? Se Alberto  deciso a non farci fuori, e mi pare che lo sia, noi non possiamo proprio far niente. Non abbiamo difesa purtroppo".
"Una difesa ci sarebbe..." mormora Francesca, illuminandosi di un sorriso dolce.
"Quale?"
"Possiamo essere noi a far fuori lui. Pensaci, Ubaldo. Pensa che colpo di scena".
"Accidenti, tesoro,  un'idea straordinaria, come ho fatto a non pensarci anch'io? Figurati che titoli sui giornali! E quanta solidariet incontreremmo da parte di quei genitori che non sono stati fatti fuori..."
"Beh, sono pochi ormai..."
"Ma qualcuno c' rimasto. Sono emozionato, Francesca. Con questo nostro gesto, che non  soltanto spettacolare, noi apriamo nuove vie, indichiamo soluzioni alternative ai conflitti generazionali. Sei un genio, Francesca!"
"No, sono solo una mamma" risponde sorridendo.
Rimane silenziosa e di colpo seria, per un momento, poi torna dolce:
"Una mamma orgogliosa".
Rimaneva il problema non secondario dei mezzi da usare.
"Se Alberto  maldestro nel maneggiare accette e martelli non  che noi siamo molto pi abili di lui. Anche le armi da fuoco ci piacciono poco e in quanto a strozzarlo non se ne parla nemmeno".
Dopo aver progettato e scartato un'infinit di modi l'idea buona viene ancora a mia madre:
"La torta. Sar roba da favole, come dice lui, ma ha sempre funzionato".
 previsto per stasera a cena.
"Ma tu credi che Alberto capir?" domanda lei mettendo la teglia nel forno.
"No, Francesca, non illudiamoci. Purtroppo dobbiamo convincerci che nostro figlio non  all'altezza della situazione".


3.

Sbagliano. Li capisco, li capisco benissimo. Ho avuto il dubbio che stava succedendo qualcosa di poco chiaro quando ho visto che nessuno dei due si mangiava una fetta, loro che sono sempre stati due golosoni terribili. Adesso mi stanno fissando con un'espressione che mi sembra trepida. Bene, ci siamo ragazzi. Cosa ci avr messo dentro la mamma? Non sento nessun dolore allo stomaco o alla pancia. Forse dovrei dir loro qualcosa di carino, prima di lasciarli, una parola di perdono o roba del genere, ma non so come la possono prendere, magari s'incazzano. Eppoi non mi viene in mente niente.
...
.
...
FINE.